Relazione di apertura del
Presidente On. Gianfranco Fini

Sette anni fa a Fiuggi, in occasione del Congresso di Fondazione, poi a Verona e Napoli, nelle due grandi conferenze programmatiche del 1998 e del 2001, Alleanza Nazionale si presentava come “Destra di Governo”.

Il primo partito che nella storia repubblicana si candidava a guidare l’Italia con i valori, le idee, i programmi della Destra politica.

Sapevamo che non era un sogno ad occhi aperti.

Oggi a Bologna, in occasione del 2° Congresso Nazionale, siamo destra al governo.

Con noi, tra i nostri iscritti, vi sono alte cariche istituzionali, Ministri, Sottosegretari, Presidenti di Regione e di Provincia, Sindaci e Assessori.

In questi anni abbiamo vinto una sfida che solo un decennio fà sembrava impossibile, fantapolitica.

Già ne abbiamo in corso un’altra ancor più importante.

Non dobbiamo più misurarci col passato.

Dobbiamo fare i conti col futuro.

Dobbiamo governare.

E dimostrare di saperlo fare con capacità, in una società complessa quale quella italiana, in una fase storica di grandi mutamenti, in un contesto politico in cui torna finalmente ad essere essenziale il progetto, la visione d’insieme.

Governare, che non significa solo gestire il potere, è il compito impegnativo che ci attende per i prossimi anni.

In questo congresso siamo chiamati a dimostrare di esserne capaci, di avere idee e programmi all’altezza del compito, di saper coniugare cultura istituzionale e fedeltà ai nostri valori.

Per questo abbiamo scelto Bologna, la città italiana che più di ogni altra rappresenta simbolicamente la fine di un’epoca politica, il tramonto dell’egemonia socialcomunista e l’avvio di una fase completamente nuova in cui la destra è determinante.

(riferimento al saluto di Guazzaloga).

Per questo abbiamo invitato ai nostri lavori, e li ringraziamo per essere presenti, i rappresentanti delle forze politiche, sindacali, sociali, imprenditoriali, delle categorie e delle professioni, del volontariato, delle università e dei corpi intermedi.

Un saluto particolare, leale e amichevole come sempre, non può non andare al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ai leaders delle forze di maggioranza Buttiglione, Bossi, Follini e a tutti i ministri.

Un saluto, tanto rispettoso e deferente per l’alta carica che ricopre quanto sincero per l’amicizia che ci lega, al Presidente della Camera Pierferdinando Casini.

Vi ringraziamo di essere con noi per il piacere che ci dà la vostra presenza ed anche perché ci consentite di celebrare un congresso che non è solo per noi stessi, autoreferenziale.

Una grande forza politica ha sempre il dovere di parlare alla società nel suo complesso, senza erigere steccati  o individuare interlocutori privilegiati.

Per questo abbiamo voluto che a seguire il nostro congresso fossero presenti rappresentanti diplomatici e politici di tutta la comunità europea e dei grandi paesi con cui l’Italia intrattiene proficue relazioni.

Il respiro internazionale della Destra non è solo una necessità dettata dai tempi e men che meno dal mio ruolo nella Convenzione Europea dove  è ben chiaro a tutti che io rappresento il governo nazionale e non certo il mio partito.

Il respiro internazionale della destra è una scelta precisa  che ha radici profonde nel nostro convinto europeismo e nei valori occidentali in cui crediamo.

Saluto tutti i rappresentanti degli Stati e dei partiti europei ed esteri con uguale calore e simpatia.

Voglio rivolgermi subito ai rappresentanti medio orientali. La tragedia è sotto gli occhi di tutti.

Orrore, pietà, indignazione sono sentimenti che si mescolano con l’ammissione di impotenza della Comunità internazionale.

Adesso tutti invocano la pace, ma solo pochi hanno l’onestà intellettuale di ammettere che l’incendio era prevedibile.

E’ scoppiato anche perché nel passato i grandi della terra non hanno sentito il dovere di garantire che nel Medio oriente convivessero due popoli e nascessero due stati.

Nonostante le risoluzioni internazionali, nonostante gli accordi di Camp David e di Oslo, nonostante i più saggi tra i leader israeliani e palestinesi ricordassero che non ci può essere nè pace per Tel Aviv né Patria per la Palestina se si cerca di averle con l’uso delle armi.

Per anni ha prevalso l’indifferenza, una sedicente quanto cieca ragion politica.

Vogliamo sperare che, nonostante quel che sta accadendo, non sia troppo tardi per intervenire.

Hanno ragione i tanti che ricordano che la guerra è anche la conseguenza dell’assenza di un ruolo politico militare dell’Europa.

Ha ragione Berlusconi quando ricorda il dovere di tutto l’occidente per un nuovo Piano Marshall che riduca le enormi disuguaglianze economiche e sociali tra israeliani e palestinesi.

Hanno ragione coloro che evidenziano quanto sia sbagliato e utopistico pensare che la potenza e la diplomazia statunitense possano da sole garantire la pace.

Hanno ragione le Nazioni Unite quando chiedono che i carri armati si ritirino, cessino gli attentati e inizi subito il negoziato di pace.

Al tempo stesso hanno la loro parte di ragione Sharon ed Arafat.

Israele difende la sua esistenza da un attacco terroristico senza precedenti, il frutto più avvelenato dell’odio esploso l’11 settembre.

Arafat difende il diritto del popolo palestinese ad avere una Patria, ma la impossibilità di realizzare questo sacrosanto desiderio alimenta il fanatismo. Moltiplica l’odio verso gli ebrei non solo in medio oriente.

E’ una spirale perversa. Resa ancor più odiosa dal fatto che si spara a Betlemme, nei luoghi simbolo della fede cristiana, nella terra delle tre grandi religioni  monoteistiche.

Concretamente nessuno sa cosa si possa fare.

Sappiamo solo che la comunità internazionale non può restare a guardare.

Condividiamo la proposta di Prodi. Un tavolo negoziale con la partecipazione di Stati Uniti, Unione Europea, Israele, Russia, Olp e Paesi arabi moderati.

Un tavolo da convocarsi subito, perché ogni giorno che passa muoiono vittime innocenti.

Desidero   ringraziare i rappresentanti dei paesi e dei partiti dell’Est Europeo, i nostri fratelli che, finalmente liberi dall’ipoteca comunista, si accingono a ricongiungersi con il resto del vecchio continente.

L’Europa non si allarga, l’Europa si riunifica, torna nei suoi naturali confini.

Un saluto, se possibile ancor più caloroso, va tributato ai rappresentanti Statunitensi, Repubblicani e Democratici.

Siamo stati convintamente al fianco del popolo e del governo americano dopo l’11 settembre. Un tragedia che ha colpito l’umanità intera.

Oggi la lotta al terrorismo internazionale deve continuare con determinazione.

L’Italia governata dal centro destra ha fatto, fa e farà la sua parte.

Lo dimostrano i risultati conseguiti contro le cellule eversive presenti nel nostro territorio e soprattutto lo dimostra la presenza dei nostri soldati in tante operazioni di pace, in ogni parte del mondo.

Ai nostri militari impegnati fuori dai confini, nei Balcani come a Kabul, và il saluto e la gratitudine di tutti gli Italiani e del nostro Congresso.

Accanto ai rappresentanti degli Stati sono con noi i rappresentanti dei partiti Europei.

Un saluto particolare al delegato del Partito Popolare Europeo, l’amico Antonio Tajani, al rappresentante del Partito Conservatore britannico Tannock al rappresentante del gruppo liberale Pere Esteve e soprattutto ai nostri amici del gruppo Europa delle Nazioni.

In particolare al Presidente Charles Pasqua, al Vicepresidente Gerald Collins e a Luis Queiro , rappresentante del Partito Popolare Portoghese di Paolo Portas che ha appena vinto le elezioni politiche e si accinge ad entrare nel governo di Lisbona.

Ancora una considerazione preliminare sul congresso.

Proprio perché AN ha l’ ambizione  di dimostrare di aver non solo i numeri elettorali, ma soprattutto le idee per governare in nome del bene comune e dell’interesse generale, abbiamo voluto preparare questa assise nel migliore dei modi.

Con una partecipazione senza precedenti dei nostri iscritti.

I 119 congressi periferici hanno eletto i segretari provinciali garantendo per la prima volta il diritto di voto a tutti gli iscritti.

Ciò ha portato ad un ampio, salutare rinnovamento.

Complessivamente hanno votato circa 200.000 iscritti.

Una grande dimostrazione di democrazia interna in un partito vero, con il suo radicamento territoriale e la sua gente.

Ciò è un motivo di orgoglio per la destra,  un punto di forza per tutta la coalizione, una partecipazione militante di cui la classe dirigente del partito deve andare fiera.

Anche la classe dirigente rappresenta un dato positivo per Alleanza nazionale.

Gli esponenti di punta del partito stanno dimostrando le loro capacità in incarichi importanti, ricoprendo autorevoli ruoli istituzionali o alla guida di ministeri e di regioni.

Anche a loro si devono i successi di questi anni.

Anche a loro si deve la capacità di reagire dopo i passi falsi.

L’ unità sostanziale del secondo congresso è un trampolino di lancio per ulteriori, positivi risultati.

E’ un’ unità voluta, non imposta. Ci consentirà di affrontare questioni politiche, non parleremo certo del futuro organigramma.

Sento il preciso dovere di ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile l’unità del partito.

In periferia si è discusso, come è giusto che sia in un partito come il nostro che ha una sua dialettica interna e diverse sensibilità.

La mia ricandidatura alla Presidenza  è, da questo punto di vista, la ricandidatura di tutta una classe dirigente che ha creduto nel progetto di Alleanza nazionale e della Casa della Libertà, che mi ha aiutato a realizzarlo e che oggi è ancora al mio fianco per farlo crescere e rafforzarlo con nuovi consensi.

Per affrontare al meglio le sfide del futuro è indispensabile comprendere qual è lo scenario internazionale ed interno in cui siamo chiamati ad agire.

L’anno che ci siamo lasciati alle spalle, il primo del nuovo secolo e del nuovo millennio, ha segnato il definitivo compimento di importanti processi storici.

Su scala mondiale si è chiuso il decennio della grande transizione nelle relazioni internazionali, apertosi con il tracollo sovietico e terminato con gli attentati di Manhattan.

In Italia si è compiuto il decennio della transizione politica che, apertosi con il crollo della prima repubblica e la temporanea affermazione di soggetti extra politici, è terminato il 13 maggio con il recupero degli spazi della politica e della rappresentatività.

Il decennio della transizione nelle relazioni internazionali si era aperto nel 1991 con la fine della Guerra Fredda, un lungo periodo in cui minacce simmetriche erano esercitate in forma prevedibile ed erano in qualche misura destinate ad annullarsi.

Il decennio 1991-2001 è stato contraddistinto dall’ affermazione di una crescente leadership occidentale con risvolti militari, economici, politici.

Micro conflitti regionali (Bosnia, Cossovo) ed iniziative di polizia internazionale (Iraq) hanno consolidato un sistema che numerosi studiosi di relazioni internazionali hanno definito “unipolarismo imperfetto” e hanno alimentato il sogno della pace perpetua o addirittura della “fine della storia”.

A molti, non solo a Fukuyama, sembrava che la politica si sarebbe presto trasformata in semplice amministrazione tecnocratica.

Tanti pensavano che, finito il comunismo, l’umanità fosse approdata ad un tempo felice in cui il pensiero unico ispirato ad una forma di neo illuminismo, fosse capace di trovare tutte le risposte possibili alle problematiche della umanità.

Ben presto questa ipotesi si è rivelata un’ utopia, non materialmente tragica e sanguinosa come quella leninista, ma con tutti i limiti di una teoria omologante, incolore, priva di idealità.

L’illusione di chi pensava che la polis potesse essere governata con l’astratta gestione amministrativa, senza ideali che si fanno cultura politica, è emersa appieno.

Nell’ultimo anno le spinte recessive che si sono registrate in tre grandi locomotive economiche quali Stati Uniti, Germania e Giappone hanno evidenziato il rischio che il presunto trionfo dell’occidente potesse trasformarsi nel suo tramonto per l’incapacità di rispondere alle pressanti sfide globali, alle grandi emergenze in tema di sviluppo e di lotta alla fame.

Le giornate del G8 di Genova, nella loro assurda drammaticità, hanno aperto un capitolo di profonda riflessione su ruoli e protagonisti, su presunte virtù taumaturgiche del mercato, sulla reale necessità di una governance mondiale, sulla condivisione di tecnologie e sulla distribuzione planetaria della ricchezza.

Ma sono stati soprattutto i folli attentati di New York e Washington che hanno mostrato inequivocabilmente la necessità che fossero ancora gli Stati, i Governi, ad assumere il ruolo di “decision maker” per rispondere alle emergenze mondiali in tema di lotta al terrorismo e di crisi di larghi settori dell’economia occidentale.

Le immagini sconvolgenti dell’11 settembre hanno riproposto con forza l’ insostituibilità della politica, la sua missione storica, la sua forza volitiva.

La storia, troppo frettolosamente sepolta dall’economia tecnologica e finanziaria, è tornata sulla scena con il suo patrimonio di idee ed anche con la sua intima drammaticità, con la sua ineliminabile

conflittualità.

Nel 2001 è tramontata un’utopia. Quella visione finalistica della storia non molto diversa dal vecchio provvidenzialismo marxista.

E’ ritornata la politica. Meglio: si è riaffermata la dignità della politica.

Grandi alleanze militari, strategie economiche comuni tra gli stati, ambiziosi progetti di riforma delle organizzazioni internazionali.

Tutti elementi che aprono un capitolo nuovo nella storia dell’occidente.

Oggi si pongono pressanti interrogativi. Si avviano almeno tre grandi sfide.

La prima è quella delle integrazioni continentali, prima fra tutte quella Europea. Una riunificazione che sana le ferite militari e politiche della guerra civile europea e che si compirà nei prossimi due anni, al termine del processo di riforma dei Trattati dell’Unione.

Poi le integrazioni in Asia (con l’Asean) e nelle Americhe (con l’integrazione verticale del Nafta e a medio termine dell’Alca).

La seconda grande sfida sarà la creazione della macro regione Euromediterranea, tornata  centro gravitazionale dell’interesse geo politico mondiale.

Se nella prima parte del 900 il baricentro del pianeta si era progressivamente spostato dall’Europa all ‘ Atlantico fino a giungere negli ultimi decenni al Pacifico, ora tornano al centro del mondo lo spazio mediterraneo e medio orientale.

L’Europa ha di nuovo un ruolo da protagonista.

E’ necessario che l’Unione acquisti consapevolezza di questa nuova centralità, dell’impossibilità di affrontare tali sfide con la semplice prospettiva di rappresentare negli equilibri planetari un’ unione monetaria senza effettivo potere politico.

Come detto all’inizio, la tragedia di questi giorni fa capire quanto sia importante e urgente dare un ruolo politico all’Europa.

L’Europa ha coltivato con successo il sogno di aprirsi ad Est, di rispondere alle grandi opportunità sorte sulle rovine del muro di Berlino.

All’ apertura ad est deve seguire ora una complementare apertura a sud che, sulla linea direttrice del processo di Barcellona e in coincidenza delle tre presidenze mediterranee dell’Unione nei prossimi due anni, crei le condizioni per la realizzazione dell’area economica di libero scambio euromediterranea entro il 2010.

La terza sfida è quella che si è aperta nel Quatar con la  conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Il lancio di un ambizioso round dello sviluppo, attento alle istanze dei Paesi in via di sviluppo e dei nuovi colossali mercati cinese e, a breve, russo, chiama l’Europa ad uno sforzo doppio.

Per promuovere temi incisivi quali gli investimenti e la concorrenza, la trasparenza e l’ambiente e per porsi come interlocutore privilegiato ed autonomo del principale partner statunitense.

Costruire l’Europa come soggetto politico delle relazioni internazionali è quindi oggi più che mai, al compimento di una grande transizione internazionale, un obiettivo primario.

Una grande sfida cui l’Italia non può sottrarsi ed in cui Alleanza nazionale deve essere protagonista.

Per anni in Italia chi credeva in un unione europea “a tutti i costi ma di nessun valore” concepiva l’integrazione continentale come superamento delle identità nazionali, ritenute fonte di diseguaglianze e conflitti, incompatibili col sogno di una società uniformata dal pensiero unico.

Tale idea di sradicamento ha assunto negli anni soprattutto la forma di un super governo a impronta tecnocratica, alieno dai processi partecipativi e di legittimazione popolare.

Dico subito, a chi ci volesse accusare di euroscetticismo, che l’euro retorica (come ha ricordato Angelo Panebianco) diventa un handicap grave per qualunque paese vi si dedichi.

In Europa le differenze, le identità e gli interessi nazionali contano e il problema di qualunque governo è sempre quello di trovare il giusto equilibrio tra il proprio interesse nazionale e l’interesse comune europeo.

La convenzione e la successiva conferenza intergovernativa contribuiranno a sciogliere numerosi nodi.

E’ giunto per l’Europa il momento di superare una ambiguità nata nel periodo post bellico e che si è perpetuata nei decenni successivi, portando ad un vero e proprio deficit democratico delle istituzioni comunitarie, oggi finalmente ammesso da tutti.

Fin dal dibattito tra i padri fondatori si sono infatti confrontate due idee di Europa.

La prima è quella di una Europa tecnocratica, connubio tra tecnoelitismo e dirigismo.

La seconda ritiene al contrario che l’Europa non possa essere una “entità socialista sopranazionale”, come ha scritto non Umberto Bossi ma il Wall Street Yournal il 16 gennaio di quest’anno.

Oggi ci troviamo alle prese con un continente  bifronte, a due velocità: quella dell’euro, grande conquista. Quella della politica, enigmatico ectoplasma.

E’ arrivata al termine una parabola che percorre un cinquantennio.

Dall’Europa sintesi delle visioni illuminate di Monnet (l’Unione come obiettivo politico che precede i mezzi) e di Schuman” (collaborazioni in settori concreti da cui scaturisce l’unione) all’Europa paralizzata dall’interminabile dibattito tra euro hegeliani ed euro Kantiani (come li chiama Dahrendorf). I primi profeti di un super stato, i secondi pragmatici differenziatori di competenze.

Da questa analisi parte la sfida di Alleanza nazionale: un’ Europa politica più unita e consapevole perché somma armonica delle sovranità.

Un’ Europa più democratica, che sappia:

approfondire per allargare, consolidare per agire, fondare per tutelare.

“Approfondire per allargare”, significa dar vita a cooperazioni rafforzate su temi strategici per l’Unione lasciando che su basi meno impegnative accedano i Paesi candidati.

“Consolidare per agire” significa dare potere effettivo all’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, al Commissario per le relazioni internazionali ed alla Presidenza di turno nei loro ruoli di rappresentanza dinnanzi alle crisi internazionali in cui l’Europa deve poter intervenire.

Per questo non è più procrastinabile la creazione già decisa a Helsinki di una forza militare europea di reazione rapida.

“Fondare per tutelare” significa porre le basi, anche attraverso la Carta costituzionale dell’Europa, di una piena integrazione anche nel delicato terzo pilastro della giustizia e degli affari interni.

Non possiamo pensare che basti un richiamo alla Convenzione di Roma per la protezione dei diritti umani, nè riteniamo che la Carta proclamata a Nizza possa avere un reale ed incisivo significato politico e di garanzia.

Alleanza nazionale crede che l’Europa sia un progetto che si sviluppa “con i popoli e non sopra i popoli”.

Un progetto di sovranità concentriche imperniato sulle istituzioni nazionali legittimate dal voto popolare e su istituzioni europee più democratiche e trasparenti.

In una Europa che gestisce da Bruxelles più della metà delle decisioni che incidono sulle politiche nazionali, con punte significative nel settore economico e agricolo, è indispensabile garantire la massima partecipazione dei cittadini.

Il futuro dell’Europa non può essere l’uniformità nel centralismo, ma l’unità nelle diversità.

Nell’Europa riunificata emergerà ancor più evidente l’esigenza di un effettivo riconoscimento del principio di sussidiarietà.

All’Unione spettano tutte le competenze che traggono chiaro vantaggio da una trattazione a livello Europeo: la politica estera e di sicurezza, la stabilità monetaria e le regole commerciali, l’immigrazione e il diritto di asilo, la lotta al terrorismo e alle organizzazioni criminali internazionali, la politica agricola, la ricerca e l’innovazione…..

Edmund Stoiber, riprendendo un concetto espresso da Tony Blair, ha sintetizzato con grande efficacia: “integrazione ove è necessario, decentramento ove è possibile”.

La sussidiarietà ed il maggior coinvolgimento dei cittadini rappresentano la strada maestra per aprire spazi di democrazia.

Oggi ancora troppe decisioni dell’Unione, lungi dall’essere adottate in sede  parlamentare, scaturiscono dalle riunioni del Consiglio e sono attuate dagli organi della Commissione.

Il primo decide in segreto, la seconda attua in maniera politicamente non responsabile.

Questi due evidenti paradossi, in chiara contraddizione con lo spirito democratico di cui l’Europa è stata nei secoli portatrice, devono essere prontamente superati.

I lavori del Consiglio devono essere pubblici e trasparenti, i cittadini dell’Unione vanno maggiormente coinvolti valorizzando anche il ruolo del parlamento europeo e dei parlamenti nazionali.

Va comunque ricordato che l’Europa costituisce innanzitutto per Alleanza nazionale un valore culturale e spirituale.

L’Europa è il frutto della storia e delle specificità dei suoi popoli, dall’antica Grecia alla romanità, dalla tradizione ebraico cristiana al Medioevo, dal Rinascimento all’Illuminismo, fino all’800 delle patrie e al 900 della modernità.

Solo ritrovando i tratti comuni e quelli distintivi di una lunga storia è possibile acquisire coscienza di una cittadinanza europea.

Alla fine del 18° secolo il conservatore Edmund Burke inneggiò ai valori della civiltà europea, “quel sistema di vita e di educazione più o meno uguale in tutta questa parte del mondo, che crea somiglianza di consuetudini sociali e di forme di vita e per cui nessun europeo potrebbe essere completamente esule in alcuna parte d’Europa”.

L’Europa è anche l’occidente, perché ha portato una parte importante di se stessa oltre l’oceano.

Russel Kirk definiva l’America la proiezione di Gerusalemme, Atene, Roma e Londra.

Il valore dell’occidentalismo e il particolare legame con l’America è l’altra grande verità che ci deve accompagnare nel prossimo futuro.

E’ il concetto di Magna Europa caro all’europeista Henri Brugman, ripreso da George Bush in un discorso pronunciato a Varsavia nel quale il Presidente americano rendeva tributo all’eredità europea.

La difesa delle nostre tradizioni e della cultura occidentale, soprattutto ora che i tragici avvenimenti internazionali hanno portato alla ribalta movimenti fondamentalisti che attaccano e vorrebbero annientare il nostro sistema di vita, è un nostro diritto e al tempo stesso un preciso dovere.

Per questo dobbiamo costruire una Europa comunitaria più forte che preservi i singoli Stati e ne unisca le potenzialità.

Un’ unione di Stati-Nazione dove gli interessi nazionali contribuiscono ad individuare l’interesse e le priorità dell’Europa.

L’Italia, ad esempio, è geograficamente un Paese mediterraneo ma geopoliticamente è un Paese europeo situato nel mediterraneo.

Ha interesse per un pieno sviluppo della sponda nord africana e giustamente ritiene che essa si realizzi appieno con il consolidamento dei processi sociali, economici e culturali previsti dal negoziato di Barcellona in ambito comunitario.

Altro esempio. L’Italia ha un evidente interesse alla stabilizzazione dei Balcani, ma sa bene che essa è possibile solo con la piena integrazione di quei Paesi nell’unione Europea, rendendoli ponte e crocevia di tutta l’Europa verso le aree caucasiche e centro asiatiche.

Alleanza nazionale vuole riaffermare questo ruolo guida dell’Italia nella formazione dell’interesse e delle priorità europee. In particolar modo con un dialogo costruttivo con quei Paesi mussulmani dove si cerca di contenere il fondamentalismo islamico, in particolar modo l’Egitto, il Marocco, la Tunisia.

E’ attraverso gli stati e i governi nazionali che l’Unione Europea può acquisire personalità e peso politico sulla scena internazionale. Ancor più oggi che, al compimento di grandi transizioni, gli Stati ritrovano la loro centralità.

Nel 2001 anche l’Italia ha vissuto un evento e ha chiuso una fase di transizione.

La vittoria della Casa delle Libertà nelle elezioni politiche ha sancito il principio dell’alternanza al governo e ha segnato la sconfitta di tutte le forze che avevano alimentato il rischio di una democrazia bloccata.

Il 13 maggio la maggioranza naturale del Paese è tornato al governo  e, con essa, il blocco sociale che si è riconosciuto nel centro destra.

Si è costituita una maggioranza politica, con il ritorno nella Casa delle Libertà di importanti quote di elettorato del Nord, troppo a lungo spinte verso derive secessionistiche.

Si è saldata una maggioranza sociale, interclassista, con il coinvolgimento accanto a larghe fasce di cittadini non garantiti del mezzogiorno dei lavoratori dipendenti, privati e statali, delle categorie e degli attori economici più dinamici, il cosiddetto popolo della partita iva.

Il successo elettorale ha segnato la conclusione di una contorta fase di transizione cominciata nel 1989 con la caduta del comunismo, proseguita nel 1992 con tangentopoli e la crisi della vecchia classe dirigente, passata attraverso la vittoria del Polo nel 1994, culminata in una lunga fase di “ipoteca sulla politica” negli anni che vanno dal 95 al 2001.

Sei anni in cui, con la sola eccezione del Governo Prodi, una minoranza politica si è ritrovata maggioranza parlamentare grazie a giochi di palazzo e trasformismi.

Anni bui in cui la sovranità popolare è stata calpestata e sottomessa a miopi ragioni di schieramento e, in alcuni casi, di tornaconto personale.

Gli anni che vanno dal 1995 al 2001 sono stati gli anni delle prove tecniche di ritorno di vecchie tentazioni e logiche consociative, della proliferazione di gruppi e gruppetti parlamentari nati con il solo scopo di condizionare le maggioranze governative grazie al potenziale di ricatto della propria manciata di seggi.

Il parlamento che ci siamo lasciati alle spalle lo scorso 13 maggio è stato il parlamento dei quasi 50 gruppi politici, delle centinaia e centinaia di eletti che hanno cambiato partito o schieramento.

Un parlamento in cui sono stati molteplici i tentativi di frammentazione e di riproporzionalizzazione della rappresentanza.

Gli anni del centro sinistra in Italia sono stati anche il periodo in cui un po’ in tutto l’occidente si è assistito all’ affermazione e al declino di una nuova versione del progressismo internazionale. La tanto decantata terza via immaginata da Bill Clinton, teorizzata dal guru laburista Anthony Giddens e poi fatta propria da tutti i leader della social-democrazia, a partire da Gerard Schroder.

Un movimento politico che ha fatto parlare di onda rosa in Europa. Anni in cui solo la Spagna di Aznar andava politicamente in contro tendenza.

Oggi nel nostro Continente e negli Stati Uniti, come dimostra il conservatorismo solidale con cui Bush ha vinto le elezioni, il tentativo di aggiornare la social democrazia è fallito. Il progetto di Ulivo mondiale accarezzato negli scorsi anni e consacrato nel vertice di Firenze è definitivamente franato.

I partiti social laburisti si trovano anche nel parlamento europeo in una condizione di netta inferiorità numerica.

Al contrario l’affermazione elettorale di partiti di destra e centro destra è evidente in tutta Europa.

Dal 1995 al 2001 Alleanza nazionale si è battuta dentro e fuori il Parlamento contro le ipotesi di un ritorno al passato.

Ha denunciato le manovre lottizzatrici, i nuovi e vecchi “inciuci”. Si è opposta con grande tenacia al tentativo di soffocare sul nascere il cammino riformatore della politica italiana.

Siamo stati i più tenaci nel difendere il principio elettorale maggioritario.

Alleanza nazionale è stata in questi anni tra i più attivi protagonisti del processo di consacrazione della dinamica bipolare in Italia e di  definitiva fuoriuscita della politica nazionale dalla prima repubblica.

Possiamo dire di esserci riusciti.

Gli ostacoli da superare sono stati molteplici.

In primo luogo il neoconsociativismo, cioè la tendenza ad annullare in sede parlamentare la volontà popolare espressa dagli elettori. Le tentazioni neo consociative spezzano il patto instaurato tra eletti ed elettori, minano alla base lo stesso principio democratico.

Alleanza nazionale si è coerentemente impegnata per dare agli Italiani la possibilità di scegliere tra diverse opzioni politiche. Ha combattuto in ogni occasione il rischio di ricaduta nella palude partitocratica.

Il secondo ostacolo è stato rappresentato dal tentativo di controllo tecnocratico della politica, con la diminuzione degli spazi di azione del ceto politico a favore di altri poteri non eletti e non rappresentativi della volontà popolare.

Proprio perché siamo sempre stati consapevoli che un mercato libero da sovrastrutture burocratiche funziona meglio, abbiamo contrastato l’idea secondo cui a gestire il potere reale dovevano essere poteri differenti e non riconducibili a scelte politiche.

 Il problema si è acuito  negli anni 90, quando la fase dei processi di privatizzazione e deregulation e la moltiplicazione delle authority è coincisa con  il rifiuto dell’eccesso di politica dei decenni precedenti.

Siamo stati tra i più attivi nel denunciare i possibili rischi di una graduale espropriazione della politica e di un progressivo condizionamento dall’esterno del processo di decisione democratica dei governi.

Lo ribadiamo ancora una volta.

Per la destra, come ha lucidamente scritto Domenico Fisichella, “la politica decide i fini della azione sociale, i tecnici i mezzi.”

Alleanza nazionale crede nel primato della politica, al servizio dell’interesse generale e del bene comune.

Un concetto che non può essere ridotto alla somma delle decisioni individuali, né alla sola mediazione tra gruppi e interessi in conflitto.

E’ alla politica che spetta il potere d’agenda, il compito di fissare le priorità.

E’ alla politica che tocca rispondere, di fronte al corpo elettorale, di errori o successi nella propria azione.

Il terzo ostacolo da superare è stata la tendenza interventista di una piccola parte dell’ordine giudiziario.

Pochi magistrati che si sono discostati dalla loro funzione istituzionale di applicare e far rispettare le leggi.

C’è stata una sorta di via giudiziaria al condizionamento della politica.

Un giudice non deve “fare giustizia”. Deve “rendere giustizia”.

Esiste una chiara differenza tra il dovere di sanzionare i comportamenti penalmente rilevanti degli esponenti politici, che non possono certo pretendere l’impunità, e la velleità di controllare la politica.

In questi anni purtroppo non tutti i magistrati hanno avuto ben chiara questa differenza.

Lo affermiamo nella consapevolezza di rappresentare un elettorato che si è sempre battuto contro la corruzione, le inefficienze e gli sprechi della classe politica.

Un elettorato che ha sempre creduto e crede nel dovere di garantire il rispetto del principio di legalità, su tutto il territorio nazionale e in tutti gli ambiti della vita sociale.

Il neo consociativismo, il preteso controllo tecnocratico della politica e il tentativo di condizionarla per via giudiziaria sono i tre fattori che hanno creato, con la loro azione combinata, il rischio di una deriva antipolitica in Italia.

Ora, nei primi mesi del 2002, ci sentiamo di affermare che questo rischio è stato sventato.

Ne siamo convinti.

Nonostante gli eccessi verbali di qualche procuratore che invita a resistere. Nonostante gli infantili girotondi di qualche intellettuale incapace di accettare il responso elettorale.  Nonostante la malafede di chi si scaglia contro una ipotetica immaturità del popolo italiano incapace di vedere  che il “13 maggio è nato un regime”.

Nonostante questi patetici quanto irresponsabili comportamenti, siamo sicuri che l’Italia sia finalmente diventata una democrazia dell’alternanza.

Pienamente matura e, che in quanto tale, ha istituzionalizzato la competizione bipolare e non ha bisogno nè di padrini né di controllori interni o internazionali.

Una democrazia in cui il popolo sa scegliere liberamente la maggioranza di governo che preferisce e in cui tutti i soggetti politici sono ugualmente legittimati a guidare l’Italia, senza alcuna necessità di esami preliminari.

In Italia non esistono governi illegittimi od opposizioni pericolose per la democrazia.

Esistono solo differenti coalizioni, differenti partiti e differenti progetti di governo che nel momento della prova elettorale si contendono democraticamente la guida della nazione.

Nel rispetto delle istituzioni e della volontà popolare. Come in ogni altra parte del mondo occidentale.

Ci auguriamo che lo ricordino, e in fretta, tutti i protagonisti della scena politica e che i furori polemici delle ultime settimane scompaiano rapidamente.

Non intendiamo dare lezioni ad alcuno, ma crediamo sia giusto lanciare un monito a tutti.

Ricordiamoci che un clima politico esasperato ed avvelenato non giova a nessuno.

Allontana i cittadini, ed in specie i più giovani, dalle istituzioni.

Discredita l’Italia nel contesto internazionale.

Favorisce soltanto chi vuole ricacciarla indietro. Non solo verso gli anni di piombo e del terrore, ma anche verso gli anni dell’immobilismo e del malgoverno.

La nostra non è melensa vocazione al buonismo, un’attitudine che non c’ è mai appartenuta e che non ci appartiene.

La nostra è convinta consapevolezza che la democrazia dell’alternanza faticosamente raggiunta è un valore di cui la società Italiana ha bisogno.

 Un valore che va consolidato partendo dal reciproco rispetto.

Rispettarsi tra avversari non vuol dire mettersi d’accordo.

 Vuol dire innanzitutto rispettare se stessi e soprattutto rispettare gli Italiani.

 Perché gli italiani comunque abbiano votato, hanno oggi il sacrosanto diritto di avere un “governo che governa” ed una opposizione che controlla, nella netta distinzione dei loro ruoli.

E se governare non vuol dire comandare – e noi ne siamo coscienti – opporsi non può voler dire insultare, mentire, seminare odio.

Alleanza nazionale continuerà ad impegnarsi perché la cultura del reciproco rispetto si affermi.

E’ il miglior antitodo non solo al terrorismo, ma anche alla violenza e all’ intolleranza.

Lo farà con la stessa determinazione con cui negli anni scorsi ha percorso la strada indicata a Fiuggi e ha dimostrato di credere per davvero che in una sana democrazia non esiste il nemico ma solo l’avversario.

Siamo comunque ottimisti, perché la vittoria del centro-destra e il nostro peso politico hanno segnato il ritorno definitivo della politica e delle sue potenzialità riformatrici.

Una politica affrancata da condizionamenti esterni e che dispone degli spazi e della necessaria solidità per governare il cambiamento.

La maggioranza parlamentare che ci è stata consegnata dal voto popolare consente di godere di una triplice condizione favorevole.

 Il capitale di consensi, che si traduce nella fiducia del popolo italiano nei confronti del governo.

 La stabilità della maggioranza, robusta nei numeri e nei contenuti programmatici.

 La rappresentatività della coalizione, necessaria per varare riforme profonde e strutturali, capaci di segnare profondamente il volto della nuova Italia.

Di una politica coraggiosamente riformista l’Italia ha assoluta, vitale necessità.

Il centro-destra ritiene di essere in grado di attuarla. Cerchiamo di capire più analiticamente perché ne siamo convinti e quale contributo determinante può dare la destra.

Il 900 si è chiuso con la sconfitta dello statalismo, con la consapevolezza delle degenerazioni del Welfare e col pieno riconoscimento delle capacità del libero mercato.

Accanto a tante verità, in Italia è nata però anche qualche illusione. Ad esempio, pensare che lo stato dovesse rinunciare ad ogni funzione di indirizzo e regolazione dei processi economici, perché il mercato era completamente autosufficiente.

Oppure ritenere che la crescita della New Economy potesse far abbandonare la Old Economy, cioè quella capacità industriale vitale in un Paese trasformatore di materie prime come l’Italia.

Gli eventi degli ultimi mesi dimostrano invece che è ancora necessario un ruolo attivo degli stati, non solo a difesa della identità e della sicurezza collettiva ma anche a tutela della economia.

Per questo diciamo che il nostro Paese deve recuperare un disegno strategico di ampio respiro.

Deve certamente completare l’approdo ad un sistema economico competitivo, attraverso la dismissione da parte dello Stato di funzioni che non sono strategiche; attraverso il dimagrimento delle burocrazie e soprattutto attraverso la consacrazione della cultura di impresa e la necessaria garanzia di una concorrenza su basi paritarie tra i protagonisti del mercato.

Contemporaneamente, deve però colmare quel pericoloso gap tecnologico e infrastrutturale  che è divenuto una vera minaccia alla nostra competitività nel mondo.

L’Italia è al 20° posto mondiale per capacità di innovazione e stime altrettanto affidabili ci pongono in coda ai Paesi europei quanto a capacità di attrarre capitali esteri.

Contro questo gap deve intervenire  - e presto – lo Stato, attraverso l’azione politica del governo.

Porti, aeroporti, autostrade, ferrovie, metropolitane, centri di ricerca e di eccellenza, fonti energetiche, reti idriche, interventi d’assetto idrogeologico, degrado del patrimonio artistico sono la nostra emergenza nazionale.

Dove le dinamiche del mercato da sole non bastano, il concorso della mano pubblica può e deve garantire il soddisfacimento dell’innovazione strutturale del Paese.

In questi mesi il governo si è mosso su questa strada con decisione e capacità.

Ha contemperato due esigenze: il rispetto della filosofia liberale che vuole un ruolo non invasivo dello stato nell’economia, ma anche la necessità di favorire quegli investimenti di pubblico denaro che coincidono con l’interesse strategico della Nazione.

Due esigenze che Alleanza nazionale sintetizza con la formula “far fare”, cioè disegnare nuovi rapporti tra stato ed economia.

Senza guardare indietro, alle invasioni di campo e al deficit pubblico. Ma guardando avanti, alla tutela dell’interesse nazionale. Non certo il vecchio statalismo dello stato produttore di panettoni, quanto la consapevolezza che solo una politica autorevole può governare transizioni epocali come quella in atto.

A chi dovesse pensare, tra i nostri critici, che questa considerazione nasconde una scarsa cultura liberista consiglio di riflettere su quanto ha scritto il Wall Street Journal dopo l’11 settembre:

“il mercato così giustamente celebrato dopo il collasso del comunismo, non è la soluzione di tutti i problemi e non ci dà sempre ciò di cui abbiamo bisogno. In particolare a volte ci nega quello che va a beneficio di tutti ma non assicura profitti a nessuno in particolare.”

Anche il giornale più autorevole al mondo per la cultura liberista è quindi consapevole che lo Stato non può scomparire dai processi economici.

Deve svolgere una funzione di indirizzo, di definizione delle regole, di correzione delle distorsioni del mercato, di mediazione di interessi, di soluzione dei conflitti nel segno dell’interesse nazionale.

Certamente lo Stato deve fare poche cose, le deve far bene e soprattutto deve far fare.

La competizione economica è una condizione indispensabile per lo sviluppo, ma non può essere lasciata in balia degli eccessi della mano invisibile.

Deve essere regolata dalla politica in direzione di una crescita equilibrata e virtuosa per l’intero sistema Paese.

Crescita equilibrata e virtuosa significa ad un tempo più ricchezza prodotta e più solidarietà sociale.

Negli anni scorsi lo Stato Italiano ha speso molto e ha ridistribuito male.

Ha occupato gran parte del sistema economico producendo deficit e diseconomie.

 Ha burocratizzato la società lasciando intatte gran parte delle situazioni di disagio e povertà sociale.

 Ha consumato ingenti risorse senza tuttavia garantire e promuovere vero sviluppo civile e autentica solidarietà.

Oggi non dobbiamo tuttavia commettere l’errore di scaricare solo sul mercato e sui privati il compito di assicurare solidarietà sociale.

Di fronte alla necessità urgente e vitale di una riforma strutturale del nostro Welfare State, Alleanza nazionale vuol garantire un modello che sia davvero sociale, soprattutto negli esiti.

Lo sviluppo senza solidarietà è un processo incompleto e per certi aspetti potenzialmente pericoloso; perché moltiplica le sperequazioni sociali e territoriali, aumenta i focolai di tensione, crea fratture fra ceti produttivi e regioni del Paese.

Non a caso, tutte le analisi, anche quelle più attente agli interessi delle imprese, concordano nel ritenere la fiducia, la coesione e la pace sociale tra i principali motori della crescita economica di una nazione.

Va anche detto che qualsiasi progetto di sviluppo economico non può prescindere dalla realtà storica della Nazione.

Anzi, come la storia e le politiche dei grandi competitors internazionali dimostrano, la competitività del sistema-Paese rappresenta l’affermazione dell’ identità nazionale nell’epoca moderna della globalizzazione.

Per questa ragione Alleanza nazionale sostiene convintamente l’esigenza di favorire l’affermazione di un vero modello di economia sociale di mercato, come del resto scritto nel programma elettorale della Casa delle Libertà.

Alla vigilia della piena integrazione continentale è bene ricordare che l’economia sociale di mercato rappresenta l’originale via europea allo sviluppo economico.

E va riaffermato che ciò che distingue il nostro modello di economia sociale di mercato dal dirigismo social-democratico è innanzitutto la sua impostazione rispettosa della responsabilità individuale e della cultura di impresa.

E’ una visione dell’economia che ha nel lavoro e nella partecipazione i suoi capisaldi.

E’ una visione dell’economia che vuol promuovere la partecipazione di tutte le parti sociali nella definizione e nel raggiungimento dell’interesse generale.

Interrogarsi oggi su quali saranno le prospettive del”sociale” nel nostro Paese è doveroso ma richiede una sola risposta: il futuro è una socialità non paternalistica o assistenziale, ma valorizzata e promossa dal principio di sussidiarietà e dal principio di partecipazione.

Sono infatti i principi di sussidiarietà sia verticale che orizzontale, e di partecipazione, necessario complemento della sussidiarietà, che potranno consentire all’Italia di mantenere e migliorare nel tempo il proprio sistema di protezione e di assistenza sociale.

E’ in questa cornice culturale che vanno scritte ed attuate le riforme, urgenti come non mai ed indispensabili in ogni settore, compreso il mercato del lavoro.

L’irruzione rapida e prepotente delle nuove tecnologie nei processi di produzione ha determinato un passaggio che viene solitamente definito come passaggio dal modello fordista a quello post fordista.

Dopo tre rivoluzioni industriali siamo entrati nella società post industriale.

Rispetto a questo mutamento della società contemporanea si sono registrati due atteggiamenti opposti tra loro.

Da un lato coloro che hanno previsto nientemeno che la “fine del lavoro”, ipotizzando una società dove le macchine avrebbero progressivamente sostituito l’agire e la produttività umana. Inutile dire che si tratta di una utopia pari alla “fine della storia”.

Dall’altro lato coloro che continuano a ragionare sulla base di categorie ottocentesche quale la divisione in classi sociali.

Due atteggiamenti che sono stati accompagnati da due diverse letture dei fatti anche in chiave politica.

 L’ottimismo che confida ciecamente nelle potenzialità dello sviluppo scientifico contrapposto alla nostalgica rendita di posizione dell’operaismo anticapitalista.

Nell’uno come nell’altro caso, il lavoratore – l’uomo – rimane sullo sfondo, è marginale.

E’ evidente che per la cultura politica della destra nessuna di queste due posizioni è corretta.

Vi sono, nell’avvento delle nuove tecnologie, profonde implicazioni di cui nessuno sembra oggi capace di calcolare con precisione le conseguenze, le opportunità, i rischi.

Ciò che ad esempio sappiamo è che in qualunque luogo del pianeta si trovi, internet ha assunto il valore di un simbolo, ha determinato effetti grandiosi.

Ha abolito la distanza e il tempo. Per cui il denaro circola in tempo zero da un capo all’altro della terra. Questa mobilità fa invecchiare rapidissimamente ogni struttura e ogni regola e la si ritrova ad ogni livello. Tra chi fa ordini e i subappaltatori, tra le multinazionali e i Paesi, tra i mercati finanziari e le imprese.

Dal commercio delle materie prime l’economia passò a quello dei prodotti industriali. Oggi è passata dal commercio dei prodotti industriali a quello dei prodotti finanziari e dei servizi.

I valori chiave del lavoro stanno diventando la durata limitata, l’autonomia, la creatività, la convivialità, la cosiddetta filosofia dell’door .

Ci sono sempre meno capi e sempre più responsabili, che lavorano in squadra.

Il manager attento alle risorse umane, adattabile, comunicativo sostituisce via via il dirigente rigido e pianificatore.

La flessibilità e la partecipazione prendono il posto nelle imprese delle divisioni rigide e della conflittualità.

A causa della intensificazione su scala mondiale della concorrenza, l’impresa funziona sempre meno “in interni”. Trasferisce all’esterno i servizi.

La stessa impresa lascia progressivamente il posto alla ditta – rete, fenomeno che và di pari passo con l’emersione di un mondo post moderno essenzialmente “connessionista”.

In questo tumultuoso scenario di mutamenti non può non aver luogo  un ripensamento profondo del valore del lavoro stesso, delle capacità professionali, del ruolo giocato dalla intelligenza umana.

Quale che sia lo sviluppo della fase attualmente in atto, è evidente fin d’ora che le nuove tecnologie stanno segnando con lettere di fuoco il passaggio dall’economia industriale all’economia dell’informazione.

La cosiddetta “era dell’accesso” teorizzata da Rifkin è sempre più regolata da un insieme completamente nuovo di processi socio economici, molto diversi da quelli che hanno regolato l’era del mercato.

Piaccia o meno, nell’ultimo lustro lo straordinario sviluppo della tecnologia ha rivoluzionato in buona parte del globo il mondo della produzione, i ritmi di lavoro ma anche il tempo libero, l’informazione, i rapporti interpersonali e familiari.

Questa è la realtà affascinante e al tempo stesso inquietante del nostro tempo.

Per la cultura politica della destra essa non può comunque significare che il lavoro debba essere relegato ad una dimensione puramente tecnologico materiale,  senza alcuna dimensione spirituale.

Anzi, in una moderna prospettiva sociale si può ben parlare della necessità di un nuovo “Umanesimo del lavoro” inteso come riconoscimento del lavoro come una delle più alte espressioni della vita umana, momento attraverso cui l’individuo realizza la sua personalità.

Diciamo queste cose per due ragioni.

 Perché sul tema della dignità del lavoro e dei diritti del lavoratore la destra politica non ha nè complessi di inferiorità culturale nè tantomeno comportamenti che denotano insensibilità.

In secondo luogo perché vorremmo introdurre nell’incandescente dibattito politico e sindacale in corso un minimo di qualità, di analisi di prospettiva. Speriamo vivamente di riuscirci.

Cerchiamo di ricapitolare i termini della questione.

Governare il cambiamento significa innanzitutto volontà e capacità di fare le riforme.

La modernizzazione del sistema Italia e la sua possibilità di competere su scala internazionale in una situazione in rapidissima evoluzione è impossibile senza profonde riforme strutturali.

La riforma del sistema fiscale, del sistema sanitario, del sistema previdenziale, del mercato del lavoro.

Sono riforme che non chiede in ogni circostanza, solo l’Europa.

Le pretende la società italiana, pena il suo impoverimento e la sua decadenza.

Ieri le ha chieste invano al centro sinistra, che è stato sconfitto per la sua incapacità politica di dar vita ad un riformismo forte, produttore insieme di sviluppo e di socialità.

Oggi la società italiana chiede le riforme al centro destra.

Il nostro governo ha accettato la sfida. E’ nato con l’impegno di vincerla. Deve essere fermamente intenzionato a riuscirvi.

Non agiamo per un interesse di parte ma nell’interesse della collettività nazionale.

Lo dimostra il fatto che le biblioteche sono piene di volumi di autorevoli studiosi del centro sinistra che sono univoci nel dire che senza serie riforme l’Italia non può crescere ed è condannata a retrocedere.

Se tutto ciò è vero, ed anche i nostri avversari più decisi sanno che è vero, c’è solo da chiedersi: quali riforme?

E allora vediamole da vicino, le riforme del nostro governo.

Sono riforme equilibrate, che vanno nella direzione giusta.

Sono riforme  tutt’altro che anti-sociali.

Si può definire anti-sociale il patto di stabilità interno tra Stato e Regioni per il contenimento della spesa sanitaria che ha confermato il ruolo, essenziale per i ceti più deboli, del servizio sanitario nazionale?

Si può definire anti-sociale la scelta di lasciar libero il lavoratore di optare tra l’esercizio del diritto, una volta maturato, di andare in pensione e la possibilità di continuare a lavorare ricevendo una busta paga più pesante?

Si può definire anti-sociale la possibilità (non l’obbligo!) per il lavoratore di utilizzare il trattamento di fine rapporto, la cosiddetta liquidazione, ancora da maturare per costituirsi un fondo pensionistico integrativo?

Si può definire anti-sociale un modello fiscale che finalmente farà pagare meno tasse e sposterà l’ attenzione dello Stato dal reddito individuale al quoziente di reddito familiare e quindi, di fatto, aiuterà le famiglie più numerose e monoreddito?

Si può definire anti-sociale una riforma, sperimentale e temporanea, dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che darà finalmente la possibilità di essere assunto a tempo indeterminato a chi oggi è precario perché ha un contratto a termine; oppure lavora in nero e quindi non ha nessuna garanzia; o addirittura non lavora affatto ed è disoccupato?

Si può definire anti-sociale una riforma  che non riguarda nessun lavoratore che sia oggi occupato a tempo indeterminato, né privato né pubblico e che avrà effetti positivi per chi oggi non ha il posto fisso e rischia, senza riforme, di non averlo mai?

Si può definire anti-sociale una riforma  che non viene chiesta dalle grandi industrie, che da anni non assumono un giovane e sempre più spesso fanno ricorso alla cassa integrazione o addirittura ai licenziamenti collettivi?

Si può definire anti sociale una riforma che viene invece invocata a gran voce da migliaia e migliaia di imprese piccole e  piccolissime che vogliono crescere, vogliono superare la soglia dei 15 dipendenti, vogliono assumere e sono pronte a farlo?

La risposta a tutte queste domande è una e una sola: no, non sono riforme anti-sociali!

Se c’è qualcosa in tutte queste riforme, ed in particolare nelle modifiche dell’art. 18, di profondamente ingiusto è solo la campagna di disinformazione che è stata fatta dai nostri avversari.

Né comprendiamo le ragioni.

Non è solo propaganda dell’opposizione. C’è qualcosa di più profondo.

Le forze politiche del centro sinistra hanno compreso che la posta in gioco non è il merito delle riforme da noi proposto.

Specie sul mercato del lavoro importanti esponenti del centro sinistra hanno preso nel tempo posizioni assai più radicali delle nostre.

Potrei citare al riguardo Tiziano Treu o lo stesso Massimo D’Alema. Mi limito a ricordare ciò che scrisse, in un saggio del Cnel, nientemeno che Luciano Lama 17 anni fa, nel 1985.

“Il licenziamento senza giusta causa non dovrebbe comportare l’ordine incondizionato di reintegrazione del posto di lavoro, ma soltanto una condanna alternativa che lascia al datore di lavoro la scelta tra la riassunzione del lavoratore entro un temine molto breve o il pagamento di una penale, a titolo di risarcimento forfettario dei danni, fissata dal giudice entro un minimo e un massimo”.

Il documento si intitolava “osservazioni e proposte su la revisione della legislazione sul rapporto di lavoro” e affermava che “l’esperienza applicativa dell’istituto della reintegrazione del posto di lavoro non è stata sotto vari aspetti positiva”.

Se il leader storico del sindacalismo di sinistra scriveva queste cose quasi vent’anni fa si capisce perché diciamo che la posta in gioco non è il contenuto della nostra  proposta di riforma dell’art. 18.

Lo scontro è tutto politico.

Ed è diventato aspro oltre ogni limite perché il centro-sinistra ha compreso che se il nostro governo fa le riforme, Berlusconi e Fini vincono laddove Prodi, D’Alema e Amato hanno fallito.

Fare le riforme vuol dire sconfiggere politicamente quel vasto blocco conservatore che ha sempre impedito ai governi di centro-sinistra di far seguire a tante lodevoli intenzioni verbali la forza convincente dei fatti.

Recentemente lo ha ricordato anche il premio Nobel per l’economia Franco Modiglioni, che certo non può essere sospettato di simpatie politiche per il centro destra.

Diciamo subito che indicare nei sindacati la guida del blocco conservatore è semplicistico quanto sbagliato.

Non si può e non si deve generalizzare.

In Italia vi sono alcuni ambienti industriali ostili alle riforme e refrattari alle innovazioni, ancora nostalgici della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite facendo  ricorso al danaro del contribuente.

Vi sono al contrario alcuni sindacati che hanno una visione del mondo del lavoro aperta alle sfide della modernità.

 Attenta, come doveroso, alla tutela dei diritti dei lavoratori, ma al tempo stesso sensibile alla necessità di offrire opportunità ai disoccupati e alle piccole e medie imprese.

Certo è difficile negare che nel mondo sindacale la posizione conservatrice della CGIL è evidente.

Ne abbiamo avuto la riprova nel rifiuto aprioristico di sedersi al tavolo proposto dal governo per verificare la possibilità di giungere ad un avviso comune delle parti.

Va dato atto alla CGIL che la sua ostilità alle riforme non è nuova. Al fondo c’è una evidente quanto perversa coerenza.

Basti ricordare come il segretario Cofferati rispose a D’Alema, segretario del suo partito e all’epoca presidente del Consiglio, quando questi a Bari, all’ inaugurazione della Fiera del Levante, affermò senza mezzi termini che per i giovani disoccupati del meridione era arrivato il momento di cancellare il mito del posto fisso a vita.

Tutti sappiamo chi cambiò opinione dopo l’accesa polemica tra i due esponenti della sinistra.

Il punto non è quindi stabilire se la posizione conservatrice della CGIL è strumentale o meno.

Bisogna prendere atto che oggi Cofferati non è più solo un leader sindacale, ha assunto un ruolo politico di primissimo piano per la crisi di credibilità in cui si trovano i dirigenti dei Democratici di sinistra.

Lo hanno notato in molti: la grande manifestazione sindacale del 23 marzo ha riportato in piazza tutte le componenti della sinistra.

Dalle più estreme alle più moderate. Da Agnoletto e Casarini, da Bertinotti e Cossutta, da Berlinguer e Fassino, da D’Alema e Veltroni passando per Nanni Moretti e il Prof. Pardo.

Tutti insieme, come non accadeva da anni e tutti sotto le bandiere della CGIL.

Tutti ad urlare il loro no al terrorismo e il loro altrettanto sincero no alle riforme.

Chissà se D’Alema si è accorto dell’ ironia del destino:

costretto ad applaudire, per non perdere ulteriore credibilità agli occhi del popolo con la bandiera rossa, proprio chi gli aveva impedito di governare e lo aveva di fatto condannato alla sconfitta elettorale e al declino politico…..

Evidenziare il ruolo fortemente politico che ha oggi la CGIL talmente marcato da far pensare che oggi sia il partito, cioè i DS, ad essere diventato la cinghia di trasmissione in parlamento del sindacato, è necessario ma non è comunque sufficiente per individuare la via da seguire nell’immediato futuro.

Dimenticare che il 16 aprile ci sarà uno sciopero generale indetto dalla quasi totalità delle organizzazioni sindacali sarebbe profondamente sbagliato.

Al riguardo diciamo subito che Alleanza nazionale ha il massimo rispetto per chi sciopera.

Lo sciopero è un diritto inalienabile e rappresenta sempre un sacrificio, un costo per il lavoratore.

Ci permettiamo solo rispettosamente di invitare tutte le lavoratrici e i lavoratori ad informarsi, a verificare se davvero ne vale la pena, se davvero è giusto incrociare le braccia.

Noi pensiamo che non lo sia.

Ci impegneremo per spiegare le nostre ragioni e ribadiamo che, così come il sindacato ha il diritto di andare in piazza e scioperare, il governo ha il diritto di governare.

Ma dopo il 16 aprile è necessario continuare nel muro contro muro ? Nella reciproca incomunicabilità ?

Alleanza nazionale pensa che non sia ne necessario né utile.

Il dialogo deve riprendere, con tutte le forze sociali disponibili, nessuna esclusa.

Noi non vogliamo dividere i sindacati. Quando si è chiusa felicemente la trattativa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego siamo stati lieti che anche la CGIL lo abbia firmato.

Noi vogliamo che il sindacato si assuma, al pari dei datori di lavoro e del governo, le proprie responsabilità.

Ognuno dovrà rispondere del proprio operato dinnanzi alla società Italiana.

Il governo lo farà. Andrà avanti con le riforme proposte e dialogherà con tutti coloro che vorranno farlo.

I temi non mancano. E’ stato detto giustamente che occorre ripartire dal libro bianco sul mercato del lavoro che vide la preziosa collaborazione di Marco Biagi.

Facciamolo, ma entriamo nel merito delle proposte. Non limitiamoci ad una superficiale lettura.

A pagina 7 del libro c’è scritto :

“nell’ottica di una strategia che mira all’innalzamento dei livelli occupazionali quattro appaiono le aree maggiormente problematiche; il mezzogiorno, l’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani; la fuoriuscita ancora troppo precoce dal mondo del lavoro dei più anziani; la scarsa partecipazione al mondo del lavoro della componente femminile”.

Sono problemi complessi, che nel libro sono accompagnati da proposte innovatrici in materia di ammortizzatori sociali, incentivi all’occupazione, formazione professionale, organizzazione e rapporti di lavoro, sistemi contrattuali, democrazia economica.

Alleanza nazionale è pronta a fare la sua parte perché il dialogo riparta da questi temi.

Senza preclusioni e senza imposizioni. Avendo ben chiaro che “governare il cambiamento” significa contemporaneamente capacità riformatrice e ricerca della coesione sociale.

Ha scritto Enrico Cisnetto:

“bene fa il governo a rivendicare il diritto dovere di decidere e non si capisce in base a quale principio una componente sociale possa stabilire ciò su cui è legittimo discutere e legiferare. E’ però del tutto evidente che la cifra politica di un esecutivo si misura anche sulla capacità di realizzare il proprio programma con il minimo di conflitto sociale possibile. Le tensioni sociali hanno un prezzo alto e oggi la nostra economia ha bisogno del massimo di spinta per agganciare la ripresa mondiale”.

Alleanza nazionale condivide al cento per cento queste parole.

Siamo certi che tutte le forze di governo siano su questa linea, indicata più volte dallo stesso presidente del Consiglio, ma confidiamo anche nella volontà della maggioranza delle forze sociali di operare per il bene comune.

Il concetto di bene comune ne richiama un altro che dopo un lungo oblio si sta nuovamente affermando nella nostra società.

E’ il concetto di comunità nazionale, di Patria.

“Una società autenticamente democratica – ricorda Tocqueville – non può prescindere da un insieme di valori condivisi che trasformano i cittadini in membri di una nazione”.

Papa Giovanni Paolo II° ha affermato:

“in forza della comunanza di natura, gli uomini sono spinti a sentirsi, quali sono, membri di un'unica grande famiglia. Ma per la concreta storicità di questa stessa natura, essi sono necessariamente legati in modo più intenso a particolari gruppi umani. Innanzitutto la famiglia, poi i vari gruppi di appartenenza, fino all’insieme del rispettivo gruppo etnico culturale che, non a caso, se indicato col nome di nazione evoca il nascere, mentre col termine Patria richiama la terra dei padri, la realtà della stessa famiglia”.

Eppure per decenni la destra politica è stata sola nell’affermazione dei principi dell’identità italiana e del valore della Patria.

Nel nostro lungo dopo-guerra Patria era diventata parola impronunciabile, lontana dal politicamente corretto delle egemonie culturali.

La bandiera, l’inno e tutta la simbologia della nostra storia comune è stata fastidiosamente respinta da chi confondeva il sentimento di identità nazionale con la retorica nazionalista.

Già Mazzini aveva messo in guardia: “confondere la nazione con il nazionalismo è come confondere la religione con la superstizione”.

Per anni l’espressione “L’Italia” è rimasta confinata unicamente nel lessico sportivo.

Il sentimento di un’ autentica e prolungata “morte della Patria”, per usare la felicissima formula di Galli della Loggia ripresa anche da De Felice, ci ha accompagnati per decenni in cui si è messa in discussione finanche la possibilità che gli Italiani fossero una Nazione.

Ciò ha determinato enormi guasti, a partire dalla scomparsa dell’italianità come concetto nei processi educativi e didattici. Volutamente la scuola si è rifiutata di trasferire alle giovani generazioni i valori della nostra storia e i contenuti della nostra identità nazionale.

Questo tentativo di sradicamento dell’identità, l’errore che vi era insito ed i danni che ha prodotto nello sviluppo sociale, economico e morale del Paese sono oggi ampiamente riconosciuti da una vasta pubblicistica e da intellettuali di tutte le latitudini politiche.

Di ciò dobbiamo essere riconoscenti in particolar modo al Presidente Ciampi.

Tuttavia, accanto al mea culpa per la morte della Patria, sarebbe bene se  chi ieri ci offendeva oggi rivalutasse  l’azione della Destra.

Senza di noi forse non sarebbe rimasto integro, negli strati più profondi della società, il sentimento dell’identità nazionale.

Chi ci ha sempre creduto non può non rallegrarsi per la progressiva riscoperta dell’identità nazionale. Essa non può fermarsi tuttavia a suggestivi tratti esteriori.

 Deve trovare compimento nella politica, nella costruzione di una diffusa coscienza nazionale.

Dalla riscoperta dell’inno e della bandiera, densi di carica simbolica, la Destra al governo vuol passare alla diffusione di un sentimento patriottico con lo scopo, come scrive lo storico Massimo Rosati, di “dare forza e spessore al profilo democratico della nostra identità nazionale”.

L’assenza di una forte coscienza nazionale è un errore anche nel contesto internazionale.

L’Italia nel mondo ha una grande forza espressiva. La deve al suo lavoro,al genio della sua fantasia, alla sua cultura, alla capacità dei suoi imprenditori, ai suoi connazionali all’estero.

A questa presenza che si proietta in tutti i continenti non corrisponde lo stesso peso politico, nel senso che l’Italia non ha nel contesto internazionale la stessa influenza che pure è riuscita ad esercitare in altri campi.

Pochi sanno che nella sala della biblioteca del Congresso americano fra i dieci grandi del sapere vi sono Leonardo, Dante e Michelangelo.

Nella famosa V° strada di New York la stragrande maggioranza dei negozi vende prodotti dell’industria italiana.

Il nostro Paese eccelle a livello mondiale nei prodotti agroalimentari di qualità, mangiare all’italiana è sinonimo di salubrità e gusto.

 L’Italia gode di altrettanta meritata fama nel designer, nell’alta tecnologia, nell’arredamento e nella moda.

 L’Italia è il secondo Paese occidentale per il contributo di uomini e mezzi alle varie missioni militari di pace nel mondo.

Insomma, ovunque, gli italiani hanno saputo meritarsi il rispetto.

La politica non ha saputo essere al passo con la capacità che il popolo italiano ha saputo esprimere a tutte le latitudini e nei più disparati segmenti dell’agire umano.

Il nostro governo vuol colmare il divario tra italianità nel mondo e politica italiana nel mondo. In questo ci aiuteranno i milioni di nostri connazionali residenti all’estero.

Donne e uomini che sentono profondo il richiamo delle radici e rappresentano i migliori ambasciatori del lavoro e della cultura italiana.

La Destra ha l’orgoglio di aver contribuito in maniera determinante a rendere questa comunità parte attiva nei destini della propria Patria, reinserendola nel sistema istituzionale attraverso la forma più piena di partecipazione democratica, il diritto di  voto  e di rappresentanza.

Non  è stata solo una doverosa riparazione morale per il dolore di oltre un secolo di emigrazione  che ha fatto sì che oggi vi siano sessanta milioni di oriundi italiani nei cinque continenti.

Il rapporto dell’Italia con i connazionali all’estero è indispensabile anche per il nostro processo di internazionalizzazione economica, per rafforzare il sistema Italia.

Basti pensare che si calcola in 85 miliardi di euro annui l’indotto in favore dell’Italia da parte dei nostri connazionali all’estero.

Gli anni recenti, accanto ad una giusta rivalutazione dell’identità nazionale, sono stati anche gli anni del riconoscimento del valore delle autonomie regionali, delle loro tradizioni e specificità.

Spesso si è pensato che apprezzare i regionalismi e i localismi fosse in opposizione con lo stato nazionale, potesse rappresentare il preludio al ritorno di un’Italia prerisorgimentale, scomposta in tante piccole entità statuali.

Oggi è chiaro che l’unità della Patria è un valore che ben può coniugarsi con la valorizzazione delle autonomie locali.

Il federalismo non è contro l’Italia. Anzi può diventare un valido fattore di arricchimento dell’identità collettiva della nazione.

L’identità della nazione italiana è fatta di unità nelle diversità.

La straordinaria ricchezza del nostro territorio è costituita dalle cento città e dai mille villaggi, tutte con tradizioni importanti e storie significative. Anche a ciò è dovuto il fatto che in Italia vi sia oltre la metà dell’intero patrimonio culturale di tutto il  mondo.

La diversità è sinonimo di complessità, rende doverosa l’adozione di modelli istituzionali che sappiano valorizzare le potenzialità di crescita dei singoli territori, soprattutto in un’epoca storica in cui lo sviluppo passa sempre di più attraverso le comunità locali.

L’unità richiede d’altra parte un centro istituzionale che sappia con autorevolezza coordinare e vivificare di valori e di obiettivi comuni la crescita delle autonomie locali. Ciò per garantire a tutti uguali opportunità e per evitare che la molteplicità determini una crescita anarchica e confusa.

Il nostro secondo congresso deve perciò rilanciare con intensità, rigore intellettuale ed assoluta fermezza politica la grande sfida di Alleanza Nazionale: la definizione di un organico assetto istituzionale che superi l’apparente contraddizione tra un forte senso dello stato e ed un forte sistema delle autonomie.

Il nostro obiettivo rimane la costruzione di un coerente e solidale assetto federale ove il compito di rafforzare l’unità nazionale e di comporre e coordinare le autonomie è assegnato all’architrave del presidenzialismo.

E’ un obbiettivo che vogliamo raggiungere in questa legislatura.

Alleanza nazionale non è diventata federalista per caso, né per convenienza.

La scelta, maturata nel documento congressuale di Verona, avvenne quando l’accordo con la Lega era ancora impensabile. Erano state proprio le tentazioni secessioniste che avevano ritardato la nostra opzione a favore del federalismo, perché in quelle condizioni politiche rischiava di essere l’anticamera della disintegrazione dello Stato italiano.

Poi, quando si è rivelata definitivamente impraticabile qualsiasi ipotesi secessionista e anzi si è imposta nelle aspettative degli italiani, anche grazie alla riforma per l’elezione diretta dei sindaci, la necessità di un ruolo sempre più autorevole dei vertici istituzionali, è stato naturale indicare nel binomio federalismo-presidenzialismo il punto di incontro per l’alleanza che ha dato vita alla Casa delle Libertà.

Alleanza nazionale ha nel suo D.N.A. politico il presidenzialismo. La Destra rivendica con orgoglio di essere stata presidenzialista anche quando questo modello era confinato in ristretti circoli politico culturali guardati con diffidenza e sospetto, accusati di vocazioni plebiscitarie o addirittura autoritarie.

Lo ribadiamo ancora una volta: il capo dell’esecutivo deve essere eletto direttamente dai cittadini. Deve rappresentare anche simbolicamente l’unità nazionale, deve poter governare in un quadro di stabilità.

Del resto, un assetto presidenzialista che rappresenti un forte contrappeso centrale alla molteplicità dei poteri territorialmente diffusi è tipico della gran parte degli stati autenticamente federali.

Il progetto federalista della Casa delle Libertà sottoposto agli elettori ha preso il nome di devoluzione.

Il governo ha già preparato e approvato la riforma. La Destra ha rispettato gli impegni  presi con gli alleati.

Ci attendiamo identica lealtà.

 Siamo ottimisti; perché la devoluzione, che affida alle regioni compiti primari su sanità, scuola e polizia locale, ci ha posto il problema dell’uguaglianza dei diritti civili e sociali di tutti i cittadini italiani, a prescindere dai confini territoriali delle regioni.

Per An non si poteva nemmeno ipotizzare il cosiddetto federalismo catalano, a doppia velocità.

La Lega lo ha compreso e la devoluzione approvata dal governo evita accellerazioni al buio o rallentamenti ingiustificati nell’attribuzione di poteri alle  regioni.

Il federalismo si nutre di solidarietà e di sussidiarietà. La solidarietà è l’orizzonte principale dell’attivazione dei singoli e dei gruppi sociali.

La sussidiarietà sollecita ad avvicinare l’esercizio primario dei poteri ai luoghi dove i soggetti sono chiamati ad esprimerla.

IL federalismo solidale è l’esatto contrario della contrapposizione tra le diverse aree geografiche, potenzia contemporaneamente autonomia e cooperazione, intreccia le responsabilità per sé e per gli altri, senza barriere o privilegi territoriali.

Il principio della solidarietà nazionale è al tempo stesso un limite e il criterio direttivo del federalismo. Ha come fondamento il valore dell’indivisibilità della nazione e ne fa discendere sia il grado di autonomia finanziaria delle regioni, in applicazione del principio di sussidiarietà, sia il grado di riequilibrio finanziario, in nome della solidarietà.

Il sistema di pesi e contrappesi tipico di ogni stato federale dovrà prevedere anche in Italia la definizione di uno status speciale per la capitale. Un ruolo istituzionale rafforzato per svolgere coerentemente le particolari e gravose funzioni assegnate alla capitale stessa.

E’ evidente che il problema di una ridefinizione delle competenze e dei poteri di Roma trova la sua ragione nella riconosciuta,  oggettiva pecularietà ed unicità della capitale.

 Anche su questo aspetto A.N. si attende dagli alleati di governo scelte coraggiose e coerenti.

Con la legge sulla devoluzione già in Parlamento si porrà presto anche il problema della integrazione della Corte Costituzionale con giudici di nomina regionale.

Alleanza nazionale lo ritiene necessario per riequilibrare la composizione della Suprema Corte in ragione del suo ruolo essenziale di garante del dettato costituzionale.

Va infine ricordato che resta aperta la questione relativa alla Camera delle regioni, un organismo necessario per  il raccordo istituzionale tra stato e sistema delle autonomie.

La sua istituzione è strettamente collegata al destino del bicameralismo perfetto, così come oggi è concepito dalla Costituzione.

Crediamo che in questa fase transitoria un ruolo importante possa essere svolto dalla commissione bicamerale per gli affari regionali, dove possono esser presenti anche i rappresentanti delle regioni. Quest’ultimi, intervenendo nel processo legislativo in materia di competenze concorrenti e di finanza regionale, possono creare il primo esperimento di partecipazione delle autonomie al procedimento legislativo dello stato.

Alla luce di tutto ciò è abbastanza evidente che il nuovo titolo quinto della Costituzione voluto dal centrosinistra dovrà essere modificato in alcune sue parti.

Le innovazioni introdotte sono infatti talvolta confuse e contraddittorie e la loro applicazione rischia di produrre numerosi conflitti istituzionali.

Il primo problema è il rapporto tra competenze statali e competenze regionali. Il nuovo articolo 117 ha previsto un lungo elenco di competenze concorrenti entro cui è difficile distinguere ciò che è di competenza dello stato e ciò che  è di competenza delle regioni.

Il rischio incombente è che sia il giudice costituzionale a sostituire il legislatore .

Altro grave problema è costituito dalla inadeguatezza del cosiddetto federalismo fiscale che attualmente può solo portare ad un aumento della pressione fiscale complessiva. Non possiamo permettere che ciò accada.

Di fronte a queste oggettive questioni ed ai tanti altri punti critici della riforma federalista voluta dal centro-sinistra ( che qui non indico per brevità), An è convinta della necessità di fornire una risposta che non sia interlocutoria e parziale.

E’ necessario “riformare la riforma” e armonizzare con la devoluzione quanto previsto dal nuovo capo quinto.

 E’ un compito in  cui le regioni e più vastamente le autonomie locali devono essere associate.

In ragione di tutto ciò A.N. chiede alle forze politiche alleate di convocare nel più breve tempo possibile gli Stati generali della Casa delle Libertà perché dal confronto tra sindaci, presidenti di provincia, governatori delle regioni e governo scaturisca un organico disegno costituzionale su cui avviare il confronto in parlamento.

Qualsiasi modello di stato, sia esso più o meno federale, ha comunque il dovere primario di garantire legalità e sicurezza ai suoi cittadini.

Se è vero, e certamente lo è, che l’identità della Destra politica è anche nel binomio legge e ordine, è necessario avere coscienza che su questi temi dobbiamo assumere, ora che An è al governo, impegni precisi.

Le fonti di preoccupazione in tema di sicurezza del cittadino sono  purtroppo numerose: non diminuisce il peso delle tradizionali organizzazioni di tipo mafioso che aggiornano le loro attività in base alle esigenze del momento. Ad esse si affiancano pericolose associazioni criminali provenienti dall’estero.

Non c’è soltanto la grande delinquenza. Esiste una criminalità da strada disposta anche a usare mezzi efferati pur di conseguire bottini anche magri. Proprio per questo viene avvertita come maggiormente pericolosa nella vita quotidiana.

Inoltre l’11 settembre e il ritorno delle Brigate Rosse hanno fatto comprendere la realtà del pericolo terrorismo, sia di matrice islamica sia di matrice politica interna.

Subito dopo gli attentati americani, il governo ha varato alcune misure legislative volte ad aggiornare gli strumenti normativi per prevenire e reprimere il terrorismo e la predisposizione di basi logistiche.

Lo ha fatto estendendo al terrorismo strumenti di indagini e di contrasto che hanno già dato buona prova contro la delinquenza mafiosa.

I risultati ottenuti hanno confermato la bontà della linea scelta dal governo: presunti terroristi di matrice islamica sono stati arrestati per il fatto stesso dell’appartenenza a organizzazioni terroristiche e della predisposizione di basi di appoggio.

 I controlli alle frontiere hanno impedito ingressi pericolosi. Cellule sospette operanti in Italia sono state e sono particolarmente seguite dai nostri servizi e apparati di sicurezza, di intesa con quelli occidentali.

Tutto ciò è stato ed è realizzato in aggiunta alle normali incombenze, già pesanti, che gravano sulle nostre forze di polizia.

Il ritorno delle BR ha aggiunto emergenza alle emergenze.

La consapevolezza del loro impegno generoso rende A.N. particolarmente grata alle donne e agli uomini in divisa.

Siamo fortemente determinati a far si che la nostra gratitudine per le forze dell’ordine si traduca in concreti interventi del governo, a partire dal miglioramento delle condizioni di lavoro e delle retribuzioni.

Aumentare le risorse finanziarie disponibili è indispensabile, per adeguare il trattamento economico delle forse dell’ordine italiane a quello delle forze di polizia di altre nazioni europee e per dotarle di tutto ciò che è necessario per la piena funzionalità del prezioso servizio che svolgono.

Ciò che già è stato fatto con la finanziaria del 2002 non è ancora sufficiente.

A.N. conosce le difficoltà del bilancio statale ma ribadisce alle forze di maggioranza di considerare la sicurezza del cittadino una priorità politica assoluta.

Con la Destra al governo non potrà accadere che l’aumento delle retribuzioni in occasione dell’imminente rinnovo del contratto di lavoro per gli operatori del comparto sicurezza si riduca a poche decine di migliaia di lire, come accadde con il centro-sinistra.

Purtroppo il rischio c’è.

E’ stato denunciato dalle organizzazioni sindacali del settore e dalle rappresentanze militari di base.

Se sarà necessario una variazione di bilancio per reperire le risorse finanziarie  il governo la dovrà fare. An pone fin d’ora il problema.

Se siamo così risoluti al riguardo è perché lo avvertiamo come preciso dovere morale.

Se vogliamo trovare gli assassini di Biagi e delle tante vittime innocenti della criminalità, se vogliamo garantire la tranquillità dei cittadini ed in specie degli anziani che sono i più indifesi, se vogliamo sconfiggere l’immigrazione clandestina dobbiamo innanzitutto motivare le forze dell’ordine.

Dobbiamo dimostrare loro concretamente che con il nostro governo lo stato è per davvero dalla loro parte.

Come facemmo a Genova, quando tutta l’Italia vide chi erano gli aggrediti e chi gli aggressori e quando non avemmo alcuna esitazione a schierarci dalla parte dei poliziotti e dei carabinieri.

Senza forze dell’ordine motivate non si può vincere la lotta al crimine, non si può attivare una seria politica di prevenzione e  la parola chiave della politica per la sicurezza continua ad essere per noi proprio prevenzione.

Prevenire significa giocare all’attacco, non limitarsi a perseguire i reati commessi.

Prevenire significa controllare il territorio con strumenti adeguati e un coordinamento effettivo delle forze dell’ordine, dislocate in modo flessibile anche in relazione agli indici della delinquenza e della popolazione residente.

Prevenire significa sequestro e confisca dei beni di provenienza illecita.

Prevenire significa stipulare accordi bilaterali e interni all’Unione Europea per contrastare la criminalità nei luoghi da cui parte e per combattere le organizzazioni che hanno base all’estero.

Con gli stati dai quali provengono i più consistenti flussi di immigrati clandestini il governo si sta muovendo con decisione. L’Italia non può continuare ad esportare aiuti e ricevere in cambio illegalità. Giustamente l’esecutivo sta tentando di coinvolgere l’Unione Europea nell’azione di contrasto attivo della criminalità, soprattutto di quella che opera nel mediterraneo e che spesso viene affidata quasi esclusivamente agli sforzi delle nostre forze di polizia.

Quando era all’opposizione An ha sempre mantenuto coerenza tra le posizioni in materia di sicurezza e le posizioni in materia di giustizia.

Intendiamo continuare a farlo ora che siamo al governo.

Non vi è alcuna contraddizione tra il perseguimento della certezza della prova e il perseguimento della certezza della pena.

Certezza della prova significa non accontentarsi di una decisione giudiziaria basata, come avveniva prima dell’approvazione della riforma costituzionale del giusto processo, sulla somma delle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia rese senza sottoporsi al contraddittorio dibattimentale.

Aver contribuito in modo determinante alla riforma e aver condiviso la legge  sulle rogatorie ( che ovviamente non ha fatto uscire di galera un solo criminale) non significa negare che quando una prova correttamente formata fa giungere alla sentenza di condanna la pena che ne segue va applicata con assoluto rigore.

Troppo spesso il momento in cui una sentenza diventa definitiva, anche per gravi reati, coincide con il momento in cui il condannato, che non è più un presunto innocente ma è un sicuro colpevole, vede aprirsi le porte del carcere per la cessazione della custodia cautelare e per la contestuale operatività dei benefici dell’ordinamento penitenziario.

Per questo chiediamo al governo di rivedere in senso restrittivo la legge Gozzini e più in generale il rapporto tra il reato, il suo accertamento e la sua espiazione.

Gli assassini della Uno Bianca, per fare un solo esempio devono rimanere ancora a lungo in prigione, mentre alcuni di loro hanno già chiesto, avendone diritto, di usufruire dei benefici di legge.

Alleanza nazionale ribadisce inoltre la sua ferma opposizione a qualsiasi ipotesi di amnistia e di indulto. Soprattutto se il provvedimento di clemenza viene invocato per ridurre la popolazione carceraria.

Ricordiamoci che il numero dei detenuti negli istituti di pena italiani in rapporto alla popolazione residente è tra i più bassi al mondo.

Ciò non significa negare che vi è un reale problema di vivibilità nelle carceri, determinato da strutture fatiscenti, spazi insufficienti, personale di custodia mal distribuito e mal remunerato.

La certezza della pena non può essere dissociata dal mantenimento di condizioni di vita dignitose nei penitenziari.

Anche per questi problemi occorrerà reperire, nelle prossime finanziarie nel corso della legislatura, le necessarie risorse.

Quando viene commesso un reato non c’è soltanto un reo, c’è anche una vittima.

Anni di perdonismo e di lassismo hanno fatto interessare esclusivamente delle sventure del primo, per qualcuno sempre attribuibili alle colpe della società.

Per Alleanza nazionale è invece prioritario il sostegno dello stato alle vittime della criminalità: ciò significa tutelare e risarcire effettivamente i testimoni di giustizia, intensificare il ristoro delle vittime del raket e dell’usura che continuano ad essere le piaghe nel rapporto patologico tra delinquenza e lavoro, soprattutto nel meridione.

In tema di sicurezza e legalità voglio ricordare anche due importanti iniziative del governo che hanno visto An  fortemente impegnata.

Lontana da ogni suggestione xenofoba, la Destra è convinta che nei confronti degli stranieri che vengono in Italia il problema non riguarda più il” se” dell’immigrazione, superato dal decremento demografico, ma il “come” cioè la corretta ed equilibrata disciplina del fenomeno.

Per questo pochi giorni dopo la nascita del governo, Alleanza nazionale si è resa promotrice, d’intesa con le altre forze politiche della coalizione, di una modifica della legge in vigore che va nella direzione :

del rigore nei confronti dei clandestini,

dell’inasprimento del trattamento nei confronti dei criminali che trafficano in uomini, armi, droga e prostituzione,

dell’integrazione effettiva di chi intende entrare in Italia per svolgersi un lavoro onesto.

Lo stretto collegamento tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro, l’effettiva espulsione dei clandestini, il maggiore rigore verso chi li sfrutta, le procedure più snelle e più serie verso chi chiede asilo e la corsia privilegiata riservata ai nostri oriundi, sono i capisaldi della nuova legge sull’immigrazione.

Essa anticipa molte proposte attualmente in discussione in sede comunitaria.

E’ una legge giusta e al tempo stesso severa. An è ovviamente disponibile a discuterla in modo aperto e a modificarla per renderla migliore.

Ciò che non siamo disponibili ad accettare è che possa essere cambiata a tal punto da renderla inutile.

La Destra al governo ha preso l’iniziativa anche in materia di lotta alla droga e di riscatto dei tossico dipendenti.

Intendiamo capovolgere le prassi amministrative e le scelte politiche fin qui seguite,  improntate alla sostanziale tolleranza verso la diffusione degli stupefacenti e alla scelta del trattamento di mantenimento, più che di recupero dei tossico dipendenti.

L’istituzione presso la Presidenza del Consiglio del Dipartimento per il Coordinamento delle iniziative contro la droga è stato il primo passo per una effettiva collaborazione tra le istituzioni, le strutture di recupero pubbliche e le comunità.

Esso si è accompagnato ad un esame attento di ciò che è stato fatto negli anni scorsi, quando imperava la cosiddetta strategia della riduzione del danno.

Vogliamo far convergere le risorse a disposizione verso obiettivi di reale prevenzione e recupero, non finanziarie a pioggia inutili iniziative dei soliti noti.

Se si pensa che con il precedente governo nella commissione ministeriale contro la droga  era stato inserito perfino il dott. Agnoletto, è chiaro quanto vi sia da fare.

Coordinare le iniziative è indispensabile, ma riteniamo necessarie anche modifiche legislative.

Per Alleanza nazionale vanno ripristinate alcune norme di legge cancellate dal referendum del 1993.

Bisogna riaffermare il giudizio sfavorevole dello stato nei confronti della diffusione di sostanze stupefacenti. Non vogliamo criminalizzare il semplice uso, che comunque non merita alcun apprezzamento.

Vogliamo contrastare lo spaccio anche riprendendo il concetto di dose media giornaliera quale linea di confine tra la detenzione di droga al di sotto di quella soglia, che deve tornare a rappresentare un illecito amministrativo, e la detenzione di droga oltre quella soglia, che deve tornare ad essere un illecito penale.

Non vogliamo arrestare i drogati. Anzi, chi è in carcere deve essere aiutato ad uscire dalla tossicodipendenza con misure cautelari  alternative alla prigione.

Noi vogliamo colpire duramente gli spacciatori.

La lotta alla droga, a ogni tipo di droga, non è solo il tassello di una più generale strategia di contrasto della criminalità.

E’ soprattutto un dovere che lo Stato deve avvertire per tutelare le famiglie e i più giovani.

A tale riguardo il ruolo della scuola è, come evidente a tutti, essenziale.

In altri momenti politici avrei sviluppato l’argomento, perché è incontestabile che la scuola è un grande patrimonio della Nazione, trasmette la sua identità, prepara i suoi cittadini.

Per un partito di destra la scuola è sempre un momento importante nella formazione ed ancor più nella educazione di un popolo.

La riforma Moratti mi esime dal farlo in profondità.

Voglio però mettere in evidenza due aspetti: il ruolo che nella sua elaborazione ha avuto Alleanza nazionale e l’oggettiva importanza che la Riforma della scuola riveste in una seria politica innovatrice e riformista.

Più volte abbiamo sostenuto che la destra politica vuol governare il cambiamento.

E’ opportuno ricordare che riformare non vuol dire soltanto intervenire con nuove leggi nelle dinamiche economiche, sociali, previdenziali o fiscali.

Riformare significa in primo luogo creare le condizioni per rendere possibile nell’immediato futuro un salto di qualità del livello medio della società Italiana. Bisogna valorizzare i meriti e le eccellenze senza condannare i meno capaci alla marginalità sociale.

E’ un grande merito del nostro Governo aver posto tra i suoi primissimi obiettivi la Riforma della scuola e averlo raggiunto in pochi mesi.

Non è un caso che anche sulla Riforma Moratti l’ opposizione abbia annunciato una dura battaglia parlamentare, coinvolgendo insegnanti e studenti.

Dovremo impegnarci a fondo per spiegare le nostre ragioni: altro che scuola per i ricchi o attacco alla scuola statale !

La nostra Riforma si propone di dare una opportunità a tutti i ragazzi, di valorizzarne i talenti.

Le differenze individuali vengano concepite come una ricchezza e non come un ostacolo.

Alleanza nazionale rivendica il ruolo avuto nella definizione dei punti chiave della Riforma.

Il mantenimento dei licei a 5 anni è stato uno dei punti per noi irrinunciabili proprio per non indebolire la preparazione complessiva dei giovani.

L’aver salvaguardato l’attuale struttura dei licei consente di conservare alcuni insegnamenti disciplinari di cui si era ventilata la soppressione e che sono invece essenziali.

Altro punto su cui AN ha fortemente insistito è stato la conservazione della identità della scuola elementare  in 5 anni, rifiutando l’equivoco di una scuola primaria di 8 anni tendenzialmente unitaria che avrebbe richiamato il modello Berlinguer.

Ciò ha reso possibile il rafforzamento della scuola media, modulata per fornire gli strumenti adeguati per proseguire con successo il percorso scolastico.

L’introduzione dell’insegnamento obbligatorio di una seconda lingua comunitaria è un’altra novità voluta da Alleanza nazionale ed è evidente il vantaggio che ne deriverà ai nostri giovani.

Un’altra innovazione che abbiamo sostenuto con forza è l’alternanza scuola-lavoro per le scuole tecniche e professionali.

Il giovane non si limiterà ad occasionali e dispersivi stages, ma l’esperienza lavorativa sarà parte integrante del percorso formativo.

L’introduzione del doppio canale istruzione-formazione professionale offre ai giovani che non proseguono nel percorso scolastico serie prospettive di qualificazione.

Solide basi culturali, e in particolare nozioni di Italiano e storia, saranno comunque richieste anche nel percorso di formazione professionale e sarà in ogni caso prevista la possibilità di passaggio dal sistema della formazione a quello della istruzione.

Il raccordo tra mondo della scuola e mondo del lavoro è essenziale ancor prima della fine del liceo o della università.

È indispensabile soprattutto per dare opportunità ai giovani socialmente più deboli.

Purtroppo sono ancora troppi i ragazzi Italiani che abbandonano gli studi dopo il periodo dell’obbligo o ancor prima.

Dobbiamo impegnarci seriamente perché ciò non accada più.

Il diritto allo studio deve essere garantito a tutti.

Ciò non può tuttavia significare non avvertire la necessità di  preparare professionalmente coloro che vogliono iniziare a lavorare senza frequentare il liceo. Insegnare un mestiere significa aiutare i meno capaci, non certo ghettizzarli.

Sostenere il contrario, come fa la sinistra Italiana, è solo demagogia.

Anche sul versante del reclutamento del personale docente la Riforma comporta importanti novità.

Si prevede un numero programmato negli accessi alla laurea specialistica in relazione alle cattedre da coprire. Si introducono due anni di tirocinio.

Il reclutamento viene reso così più selettivo, scompaiono i mega concorsi, viene introdotta la verifica delle capacità professionali degli insegnanti, scompare per l’avvenire la figura del precario.

La Riforma Moratti è certamente una Riforma coraggiosa e innovatrice.

Anch’essa presuppone risorse finanziarie ingenti.

L’illusione di riforme a costo zero tipica del centro sinistra del resto non ci appartiene.

Il governo dovrà reperirle nel corso della legislatura.

Sappiamo di poterci riuscire perché la ripresa economica è già in atto e l’Italia può davvero decollare.

Un nuovo miracolo economico è possibile. Va costruito giorno per giorno, con il respiro lungo di chi sa di avere d’innanzi a se perlomeno altri 4 anni di Govervo.

I risultati non arrivano mai all’improvviso.

Si costruiscono con tenacia e fiducia in se stessi.

C’è una frase tanto bella quanto conosciuta che fotografa la situazione in cui siamo: “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.

L’albero che cade è la protesta di piazza, l’opposizione urlata, la quotidiana polemica.

La foresta che cresce è il nostro impegno per il cambiamento, la nostra azione di governo.

Credo che a tutti,  in questi mesi,  il peso politico di Alleanza nazionale nella coalizione sia risultato evidente.

Ci siamo fatti sentire. Per l’incisiva azione dei nostri ministri  e sottosegretari (e ognuno di loro riferirà al riguardo al congresso) ma soprattutto per la capacità che abbiamo dimostrato  di porre la nostra cultura politica al centro di molte iniziative del governo.

Questa osservazione torna utile per affrontare e aggiornare la questione della identità della destra Italiana.

Interrogarsi al riguardo è un esercizio doveroso anche per un partito come il nostro al quale si continuano a chiedere, in verità sempre più timidamente, svolte politiche più o meno nette.

Torniamo per un  attimo a Fiuggi all’art. 1 del nostro Statuto.

“Alleanza nazionale è un movimento politico che ha il fine di garantire la spiritualità individuale e le aspirazioni economiche e sociali del popolo Italiano, nel rispetto delle sue tradizioni di civiltà e di unità nazionale, nella coerenza con i valori di libertà personale e di solidarietà generale, nella costante adesione ai principi democratici e alle regole delle istituzioni rappresentative.

Alleanza nazionale si riconosce nella cultura occidentale ed europea e sviluppa il suo impegno politico promuovendo la pacifica convivenza di popoli, stati, etnie, razze e confessioni religiose.”

Sempre a Fiuggi, a proposito del 900, abbiamo scritto:

“di questi 100 anni di fuoco e di speranza, di conquiste sociali e di offese alla dignità umana, di avventure spaziali e di miserie morali ogni Italiano assume nel suo giudizio tutto, senza tralasciare nulla.

Proprio perché l’allucinante tragedia dei gulag e dei lager ha fatto comprendere a tutti i pericoli e gli orrori della dittatura, anche noi siamo sottomessi a quel diritto naturale che al primo posto annovera la tutela e la pratica della libertà come valore, bene prezioso ed irrinunciabile.

Quindi sia forte la condanna esplicita, definitiva e senza appello verso ogni forma di discriminazione, di anti semitismo. Sia bandito ogni pregiudizio che è anticamera dell’intolleranza, terreno di coltura nei secoli del razzismo.”

Sono parole inequivocabili cui sono seguiti in questi anni comportamenti coerenti, senza tentennamenti o ipocrisia.

A Fiuggi non scegliemmo una strada per convenienza.

La scegliemmo per intima convinzione.

Rispetto ad allora non c’è nulla da aggiungere sul piano dei valori e della identità.

Non abbiamo alcuna necessità di ulteriori svolte.

Non c’è alcuna ragione per la quale dovremmo attenuare la nostra identità di moderno partito di destra.

Chi si attende da Bologna conversioni centriste rimarrà deluso.

Intendiamoci. Non abbiamo nulla contro il centro politico.

Lo rispettiamo in particolare per i valori che rappresenta.

Alleanza nazionale ha però ragione di essere perché è altra cosa rispetto al centro.

Alleanza nazionale è la sola forza politica Italiana dichiaratamente di destra, è inserita stabilimente, nel quadro del nostro bipolarismo, nella coalizione di centro destra.

Alleanza nazionale è un partito di destra che attrae consensi anche al centro della società, tra i cosiddetti moderati, in virtù della sua capacità di essere “centrale” rispetto ai grandi temi di interesse politico e sociale.

Per usare una formula giornalistica potremmo dire che dopo il congresso vogliamo essere sempre più   “centrali nell’azione di governo, non centristi”.

Alla destra politica non sono preclusi a priori spazi di crescita.

Non è vero che la destra in quanto tale ha uno spettro di azione limitato.

E’ sbagliato pensare che una forza politica sia credibile come forza di governo solo se si colloca al centro dello schieramento.

Recentemente molti osservatori ci hanno riconosciuto senso istituzionale, equilibrio, capacità di mediazione.

Ne siamo lieti perché è la dimostrazione che abbiamo ragione.

Essere di destra non vuol dire occupare uno spazio politico più o meno ampio ma sempre marginale.

Nella società italiana c’è una quota di elettori di destra assai più ampia del nostro 12% dei voti.

E’ la destra diffusa di cui parla Gennaro Malgieri.

La possiamo e la dobbiamo rappresentare.

Con i nostri valori, nella realistica consapevolezza di quanto scrive Alain de Benoist:

“ogni politica di destra si caratterizza innanzitutto per la sua gradualità.

Implica il perseguimento di obiettivi limitati.

La natura umana vi è presa in considerazione, il che vieta di pensare che tutto sia possibile.

Il futuro non è mai visto come rottura assoluta rispetto al passato.

Il rispetto della diversità umana, con quel che implica in termini di relatività, costituisce una regola generale per ogni politica di destra.”

L’identità di Alleanza nazionale è un identità complessa, che riassume in se grandi filoni della cultura politica italiana ed Europea.

Non è una identità astratta, separata dalle dinamiche reali della società.

Chi come noi ha saputo fare propria la lezione del realismo europeo sa chè “ciò che è in teoria deve essere anche in pratica”.

La nostra identità è dunque dinamica. Si deve mostrare e misurare nella vita politica quotidiana, nell’azione di governo, nel dialogo con le forze sociali, nella capacità di migliorare l’Italia.

La questione del rapporto tra identità e azione politica di un partito si intreccia sempre con la questione della visibilità di una forza politica, della sua identità percepita.

Soprattutto in un epoca in cui la comunicazione politica mediatizzata tende ad accorciare i messaggi, impone ritmi brevi alla dialettica, costringe a considerare lo slogan come la forma espressiva più efficace.

Noi non vogliamo cedere all’impoverimento del linguaggio politico e alla sua riduzione a sound byte, come dicono i politologi americani.

La visibilità, per come la intende Alleanza nazionale, ha un valore prima politico poi comunicativo.

E’ la capacità di portare un chiaro valore aggiunto alla coalizione.

Di far risaltare il proprio ruolo di governo con i risultati ottenuti dalla sua azione.

Di tramutare in fatti i valori in cui crede.

Se per AN la visibilità fosse fare rumore e conquistare spazi giornalistici, immaginate cosa avremmo potuto fare in questi mesi e cosa potremmo fare da questa tribuna.

Per Alleanza nazionale visibilità vuol dire maturità politica, senso istituzionale, capacità di governo.

Ciò chiama in causa il rapporto tra le forze politiche della coalizione e Alleanza nazionale nella duplice veste di partito con una precisa identità e di partner di una alleanza di governo.

Non pensiamo vi siano dubbi sul fatto che la destra italiana, da quando ha scelto di stringere un solido patto politico con Forza Italia, con la Lega e con l’Unione di centro abbia sempre mantenuto fede ai propri “doveri coalizionari”.

In primo luogo nei confronti del leader del centro destra. Con grande lealtà.

Fa parte del nostro DNA comportamentale, è un tratto distintivo dell’essere di destra.

La forza di una coalizione si trova però nella giusta sintesi tra il comun denominatore dell’unità interna e le esigenze degli alleati di mantenere una propria precisa fisionomia.

La società Italiana è variegata, frammentata nella sua composizione sociale, tuttora refrattaria ad un bipartitismo all’americana.

Il partito unico del centro destra non è oggi una prospettiva realistica.

Forse lo sarà domani o dopodomani.

Dipenderà soprattutto dall’evoluzione complessiva del nostro sistema bipolare, ma certo non ha senso agire oggi come se ci fosse già.

Alleanza nazionale lo deve ricordare.

La storia del centrodestra dimostra che la coalizione, per vincere, deve possedere nello stesso tempo un programma comune e la capacità dei singoli partiti di affermare la propria identità e di parlare al proprio elettorato.

Essere alleati non può significare scolorire la propria identità.

Il bipolarismo presuppone spirito di coalizione e contemporaneamente partiti che sappiano mantenere la propria specificità.

Del resto, se si riflette sulle sue dinamiche interne, si nota subito come, superata la depressione della sconfitta, anche nel centro sinistra sia in atto un tentativo di riorganizzazione in questo senso.

L’Ulivo viene evocato sempre di più come coalizione che come soggetto politico unitario.

Se volessimo tornare indietro nel tempo potremmo dire che la vecchia discussione tra chi concepiva il centro sinistra con o senza il trattino si è risolta a favore dei primi.

I nostri avversari si vanno strutturando sempre più come alleanza tra due blocchi.

Una sinistra al plurale e la Margherita.

Due blocchi politici e due identità distinte.

A sinistra, la novità è la ritrovata capacità di stare tutti insieme archiviando incomprensioni profonde.

Al centro, la novità è la trasformazione in partito di quello che era solo il cartello elettorale della Margherita.

Certo le ambiguità sono evidenti e numerose.

Al centro le spinte particolaristiche sono ancora molto forti, come dimostra la resistenza di Mastella a confluire nel nuovo partito e il gran rifiuto di Parisi.

A sinistra è evidente che la gauche plurielle è unita solo quando si tratta di contrapporsi a Berlusconi e al governo.

Eppure siamo convinti che, come dimostra anche lo strappo di Bertinotti rispetto ad alcune suggestioni vetero staliniste, il futuro non riprodurrà lo scenario del 13 maggio.

Ci confronteremo con una coalizione di centro sinistra più ampia.

Non necessariamente più unita, soprattutto per le tensioni latenti tra Ds e Margherita per la supremazia interna.

Non necessariamente più forte, soprattutto per la difficoltà di individuare un leader che non sia solo il coordinatore o il portavoce della coalizione.

Certamente sarà comunque un centro sinistra più ampio.

Anche per queste ragioni non avrebbe davvero senso, nella Casa delle Libertà, annullare o sbiadire le identità dei partiti.

Per noi, come per la Lega, Forza Italia e il Biancofiore.

Il ragionamento sulla situazione Italiana aiuta a definire anche la questione della collocazione di Alleanza nazionale a livello europeo.

A Strasburgo non esiste un bipolarismo di tipo Italiano.

I partiti politici di centro destra appartengono a gruppi differenti che non hanno dato vita ad uno schieramento comune, pur votando in molte circostanze allo stesso modo.

E’ naturale che sia così perché alle elezioni europee si presentano i partiti e non le coalizioni.

Perché le elezioni europee non danno vita ad un governo europeo.

Assicurano la rappresentanza, non la governabilità.

Qualche osservatore ha voluto calcare i toni della polemica circa l’ingresso della Destra Italiana nel PPE, invitandoci a compiere una scelta.

Come se si stesse parlando di un problema vitale e realmente all’ordine del giorno.

Ragionare in questi termini è semplicemente fuorviante.

Perché AN fa già parte di un gruppo parlamentare europeo che comprende partiti di destra come noi al governo nei rispettivi paesi e quindi tutt’altro che scomodi.

Perché le prossime elezioni europee saranno frà più di due anni.

Soprattutto perché dentro il PPE convivono una serie di contraddizioni, tra cui la presenza dei Popolari Italiani, che i suoi stati maggiori devono avere la capacità di risolvere.

Se davvero il PPE è l’unico gruppo alternativo alla socialdemocrazia, perché del PPE fanno parte partiti politici che nei rispettivi paesi sono alleati con i socialdemocratici?

Più che discutere sull’eventuale ingresso nel PPE, Alleanza nazionale e il gruppo dell’Europa delle Nazioni si pongono l’obiettivo di riprodurre su scala europea il modello Italiano di bipolarismo.

Vogliamo rappresentare la destra democratica nel bipolarismo europeo.

Vogliamo scomporre gli attuali blocchi di centro e di sinistra e ricomporli su basi simili a quelle di un bipolarismo fra centrodestra e centrosinistra.

In questo senso la sfida ambiziosa di AN e del gruppo Europa delle Nazioni è di incidere nell’evoluzione della politica continentale, di contribuire al chiarimento delle ambiguità dei popolari europei, di definire alleanze omogenee basate su valori comuni.

Il riferimento ai valori è una costante della destra.

Non se ne capirà mai appieno l’identità se non si ha ben chiaro che, per la destra, la politica non è solo prassi, o buona amministrazione.

L’azione deve in ogni momento essere accompagnata dal rispetto delle idealità, deve essere coerente con la visione d’insieme dell’uomo, della società, della storia tipica della cultura di destra.

Per questo vi sono momenti in cui l’intransigenza sui principi è di gran lunga più importante della prudenza e dell’equilibrio.

La destra sa che non sempre ciò che può essere politicamente utile è anche moralmente giusto.

Lo diciamo alto e forte. Per noi non è giusto sopprimere la vita, nemmeno se è allo stato embrionale.

Non è giusta la manipolazione genetica.

Non è giusta l’eutanasia. Quanto accaduto in Olanda, in Italia non può accadere, con la destra al governo.

Come c’è un’etica della scienza ci deve essere un’etica della politica.

La religione non c’entra.

Crediamo nella laicità dello Stato e rispettiamo la libertà di coscienza, il diritto di ognuno di scegliere.

Eppure non pensiamo che un partito di valori quale è Alleanza nazionale debba compiere la scelta prudente e politicamente defilata di non affrontare temi delicati quali la sacralità della vita o la concezione della famiglia.

Nel passato anche recente abbiamo preso posizione e sono convinto che abbiamo fatto bene a farlo.

Certo sono questioni che non possono impegnare una coalizione, sia essa di maggioranza o di minoranza.

Sono questioni che riguardano la coscienza di ognuno e la coscienza collettiva di una comunità.

Qui sta il punto. Nella sua ferma coerenza rispetto ai valori di riferimento, Alleanza nazionale è una comunità.

Tra di noi, a destra, non c’è solo un vincolo associativo, c’è qualcosa di assai più importante.

Uno degli intelletuali più acuti, più liberi e per questo a volte più critici, della nostra area politico culturale, Marcello Veneziani, ha scritto:

“Timidamente sta riprendendo cittadinanza il senso comunitario della esistenza, della vita. Davanti alle scelte decisive tornano ad opporsi civiltà, religioni, visioni del mondo.

Si scontrano ancora una volta il comunitario, che si sente figlio di una Patria e di una storia e il liberal, per cui la propria Patria è solo il tempo in cui vive”.

Credo che questa dimensione comunitaria della destra sia la ragione più profonda del fascino che Alleanza nazionale esercita sui giovani e sui giovanissimi.

Essere il movimento politico che riscuote il maggior grado di fiducia tra le ragazze e i ragazzi Italiani è un grande motivo di orgoglio.

Dobbiamo dedicare più attenzione ai giovani, anche a coloro che non hanno compreso che l’alternativa alla omologazione culturale, al mondialismo, alla globalizzazione non è a sinistra.

L’alternativa è a destra, nella difesa della identità, delle tradizioni, delle lingue, dei costumi di ogni popolo.

Noi lo sapevamo da tempo, ma proprio per questo è stato oltremodo gratificante leggere lo stupefacente saggio di Oriana Fallaci.

E’ davvero il caso di affermare: chi l’avrebbe mai detto solo pochi anni fa!

Questa considerazione ne introduce un’altra conclusiva, su cui credo che Alleanza nazionale debba impegnarsi a fondo come forza di governo.

E’ la questione della libertà e dell’effettivo pluralismo della cultura e dei mezzi di comunicazione.

E’ un tema che assume un rilievo sempre maggiore anche per effetto della trasformazione delle società post industriali.

La vita degli uomini si orienta verso  maggiori e sempre crescenti consumi culturali e intellettuali.

Ogni settore della vita associata è invaso e tende ad essere condizionato dalla potenza della informazione.

Il mercato punta sempre di più all’industria dell’intrattenimento culturale.

In occidente questa tipologia di spesa occupa già la terza voce nei bilanci familiari.

Nei paesi industrializzati il tempo che gli individui dedicano ai media è diventato secondo solo a quello dedicato al lavoro.

In Italia c’è stato il tentativo  di restringere alle sole televisioni la questione della libertà di accesso ai sistemi di produzione culturale e di informazione.

Una versione riduttiva, alimentata dalla polemica sul conflitto di interessi, che non tiene conto nemmeno di quelli che saranno gli sviluppi tecnologici che imporranno nuovi spazi comunicativi, a cominciare da internet.

Il problema è serio, reale e chiama direttamente in causa la politica.

Perché, come ha detto Ciampi: “non c’è democrazia sana se non c’è pluralismo d’informazione” e- aggiungiamo noi – se non c’è piena libertà d’accesso al mercato culturale.

L’Italia sconta su questo terreno una anomalia storica, nata nel dopoguerra, e in parte persistente ancora oggi. La cosiddetta egemonia culturale della sinistra.

E’ un dato della realtà Italiana riconosciuto ampiamente dalle stesse intellettualità più oneste della sinistra.

Il dopoguerra è stato scandito da una condizione di sostanziale egemonia con la quale la cultura di sinistra si è assicurata il predominio nelle università, nelle case editrici, in buona parte delle redazioni, nel mondo del cinema e dell’arte.

Essere “impegnati a sinistra” è stata per lungo tempo la condizione imprescindibile per l’appartenenza allo stesso ceto intellettuale.

Per decenni interi filoni culturali non solo di destra, ma anche liberali e cattolici sono stati volutamente espulsi da ogni circuito. In alcuni casi censurati o denigrati.

Una assenza di pluralismo che ha pesato e in parte si ripropone ancor oggi.

Per troppo tempo c’è stata una “cultura negata” che deve recuperare il suo legittimo spazio, in un sistema di pluralità di voci e di accesso autenticamente libero a tutti.

Alleanza nazionale deve avere come obiettivo preciso la realizzazione di un sistema culturale e informativo autenticamente pluralista, capace di moltiplicare le offerte culturali, in grado di garantire libertà di espressione a tutti.

A quelli che hanno parlato moltissimo fino adesso come a quanti sono stati costretti al silenzio.

Specie nel settore radiotelevisivo ciò è di evidente importanza, perché radio e Tv sono di gran lunga i principali veicoli informativi.

Per questo abbiamo particolarmente apprezzato le prime dichiarazioni del Presidente della Rai Antonio Baldassarre.

Dopo le faziosità talebane di Zaccaria è tempo di offrire a chi paga il canone un servizio pubblico pluralista e culturalmente onesto. Una società a più voci e con più opzioni culturali è una società più giusta, più ricca, che ha maggiori opportunità di crescere.

Per questo Alleanza nazionale si considera impegnata in tal senso.

E’ un obiettivo in sintonia con tutta la nostra azione politica.

Spero che la mia relazione lo abbia dimostrato:

oggi al governo come ieri all’opposizione, il fine ultimo di Alleanza Nazionale resta l’Italia.

La sua crescita economica, il suo benessere sociale, il suo ruolo internazionale, la sua identità culturale.

Sappiamo di non essere i soli ad avere questa nobile aspirazione.

Pensiamo di essere i più tenaci e i più convinti per poterla realizzare.

 

Sette anni fa a Fiuggi, in occasione del Congresso di Fondazione, poi a Verona e Napoli, nelle due grandi conferenze programmatiche del 1998 e del 2001, Alleanza Nazionale si presentava come “Destra di Governo”.

Il primo partito che nella storia repubblicana si candidava a guidare l’Italia con i valori, le idee, i programmi della Destra politica.

Sapevamo che non era un sogno ad occhi aperti.

Oggi a Bologna, in occasione del 2° Congresso Nazionale, siamo destra al governo.

Con noi, tra i nostri iscritti, vi sono alte cariche istituzionali, Ministri, Sottosegretari, Presidenti di Regione e di Provincia, Sindaci e Assessori.

In questi anni abbiamo vinto una sfida che solo un decennio fà sembrava impossibile, fantapolitica.

Già ne abbiamo in corso un’altra ancor più importante.

Non dobbiamo più misurarci col passato.

Dobbiamo fare i conti col futuro.

Dobbiamo governare.

E dimostrare di saperlo fare con capacità, in una società complessa quale quella italiana, in una fase storica di grandi mutamenti, in un contesto politico in cui torna finalmente ad essere essenziale il progetto, la visione d’insieme.

Governare, che non significa solo gestire il potere, è il compito impegnativo che ci attende per i prossimi anni.

In questo congresso siamo chiamati a dimostrare di esserne capaci, di avere idee e programmi all’altezza del compito, di saper coniugare cultura istituzionale e fedeltà ai nostri valori.

Per questo abbiamo scelto Bologna, la città italiana che più di ogni altra rappresenta simbolicamente la fine di un’epoca politica, il tramonto dell’egemonia socialcomunista e l’avvio di una fase completamente nuova in cui la destra è determinante.

(riferimento al saluto di Guazzaloga).

Per questo abbiamo invitato ai nostri lavori, e li ringraziamo per essere presenti, i rappresentanti delle forze politiche, sindacali, sociali, imprenditoriali, delle categorie e delle professioni, del volontariato, delle università e dei corpi intermedi.

Un saluto particolare, leale e amichevole come sempre, non può non andare al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ai leaders delle forze di maggioranza Buttiglione, Bossi, Follini e a tutti i ministri.

Un saluto, tanto rispettoso e deferente per l’alta carica che ricopre quanto sincero per l’amicizia che ci lega, al Presidente della Camera Pierferdinando Casini.

Vi ringraziamo di essere con noi per il piacere che ci dà la vostra presenza ed anche perché ci consentite di celebrare un congresso che non è solo per noi stessi, autoreferenziale.

Una grande forza politica ha sempre il dovere di parlare alla società nel suo complesso, senza erigere steccati  o individuare interlocutori privilegiati.

Per questo abbiamo voluto che a seguire il nostro congresso fossero presenti rappresentanti diplomatici e politici di tutta la comunità europea e dei grandi paesi con cui l’Italia intrattiene proficue relazioni.

Il respiro internazionale della Destra non è solo una necessità dettata dai tempi e men che meno dal mio ruolo nella Convenzione Europea dove  è ben chiaro a tutti che io rappresento il governo nazionale e non certo il mio partito.

Il respiro internazionale della destra è una scelta precisa  che ha radici profonde nel nostro convinto europeismo e nei valori occidentali in cui crediamo.

Saluto tutti i rappresentanti degli Stati e dei partiti europei ed esteri con uguale calore e simpatia.

Voglio rivolgermi subito ai rappresentanti medio orientali. La tragedia è sotto gli occhi di tutti.

Orrore, pietà, indignazione sono sentimenti che si mescolano con l’ammissione di impotenza della Comunità internazionale.

Adesso tutti invocano la pace, ma solo pochi hanno l’onestà intellettuale di ammettere che l’incendio era prevedibile.

E’ scoppiato anche perché nel passato i grandi della terra non hanno sentito il dovere di garantire che nel Medio oriente convivessero due popoli e nascessero due stati.

Nonostante le risoluzioni internazionali, nonostante gli accordi di Camp David e di Oslo, nonostante i più saggi tra i leader israeliani e palestinesi ricordassero che non ci può essere nè pace per Tel Aviv né Patria per la Palestina se si cerca di averle con l’uso delle armi.

Per anni ha prevalso l’indifferenza, una sedicente quanto cieca ragion politica.

Vogliamo sperare che, nonostante quel che sta accadendo, non sia troppo tardi per intervenire.

Hanno ragione i tanti che ricordano che la guerra è anche la conseguenza dell’assenza di un ruolo politico militare dell’Europa.

Ha ragione Berlusconi quando ricorda il dovere di tutto l’occidente per un nuovo Piano Marshall che riduca le enormi disuguaglianze economiche e sociali tra israeliani e palestinesi.

Hanno ragione coloro che evidenziano quanto sia sbagliato e utopistico pensare che la potenza e la diplomazia statunitense possano da sole garantire la pace.

Hanno ragione le Nazioni Unite quando chiedono che i carri armati si ritirino, cessino gli attentati e inizi subito il negoziato di pace.

Al tempo stesso hanno la loro parte di ragione Sharon ed Arafat.

Israele difende la sua esistenza da un attacco terroristico senza precedenti, il frutto più avvelenato dell’odio esploso l’11 settembre.

Arafat difende il diritto del popolo palestinese ad avere una Patria, ma la impossibilità di realizzare questo sacrosanto desiderio alimenta il fanatismo. Moltiplica l’odio verso gli ebrei non solo in medio oriente.

E’ una spirale perversa. Resa ancor più odiosa dal fatto che si spara a Betlemme, nei luoghi simbolo della fede cristiana, nella terra delle tre grandi religioni  monoteistiche.

Concretamente nessuno sa cosa si possa fare.

Sappiamo solo che la comunità internazionale non può restare a guardare.

Condividiamo la proposta di Prodi. Un tavolo negoziale con la partecipazione di Stati Uniti, Unione Europea, Israele, Russia, Olp e Paesi arabi moderati.

Un tavolo da convocarsi subito, perché ogni giorno che passa muoiono vittime innocenti.

Desidero   ringraziare i rappresentanti dei paesi e dei partiti dell’Est Europeo, i nostri fratelli che, finalmente liberi dall’ipoteca comunista, si accingono a ricongiungersi con il resto del vecchio continente.

L’Europa non si allarga, l’Europa si riunifica, torna nei suoi naturali confini.

Un saluto, se possibile ancor più caloroso, va tributato ai rappresentanti Statunitensi, Repubblicani e Democratici.

Siamo stati convintamente al fianco del popolo e del governo americano dopo l’11 settembre. Un tragedia che ha colpito l’umanità intera.

Oggi la lotta al terrorismo internazionale deve continuare con determinazione.

L’Italia governata dal centro destra ha fatto, fa e farà la sua parte.

Lo dimostrano i risultati conseguiti contro le cellule eversive presenti nel nostro territorio e soprattutto lo dimostra la presenza dei nostri soldati in tante operazioni di pace, in ogni parte del mondo.

Ai nostri militari impegnati fuori dai confini, nei Balcani come a Kabul, và il saluto e la gratitudine di tutti gli Italiani e del nostro Congresso.

Accanto ai rappresentanti degli Stati sono con noi i rappresentanti dei partiti Europei.

Un saluto particolare al delegato del Partito Popolare Europeo, l’amico Antonio Tajani, al rappresentante del Partito Conservatore britannico Tannock al rappresentante del gruppo liberale Pere Esteve e soprattutto ai nostri amici del gruppo Europa delle Nazioni.

In particolare al Presidente Charles Pasqua, al Vicepresidente Gerald Collins e a Luis Queiro , rappresentante del Partito Popolare Portoghese di Paolo Portas che ha appena vinto le elezioni politiche e si accinge ad entrare nel governo di Lisbona.

Ancora una considerazione preliminare sul congresso.

Proprio perché AN ha l’ ambizione  di dimostrare di aver non solo i numeri elettorali, ma soprattutto le idee per governare in nome del bene comune e dell’interesse generale, abbiamo voluto preparare questa assise nel migliore dei modi.

Con una partecipazione senza precedenti dei nostri iscritti.

I 119 congressi periferici hanno eletto i segretari provinciali garantendo per la prima volta il diritto di voto a tutti gli iscritti.

Ciò ha portato ad un ampio, salutare rinnovamento.

Complessivamente hanno votato circa 200.000 iscritti.

Una grande dimostrazione di democrazia interna in un partito vero, con il suo radicamento territoriale e la sua gente.

Ciò è un motivo di orgoglio per la destra,  un punto di forza per tutta la coalizione, una partecipazione militante di cui la classe dirigente del partito deve andare fiera.

Anche la classe dirigente rappresenta un dato positivo per Alleanza nazionale.

Gli esponenti di punta del partito stanno dimostrando le loro capacità in incarichi importanti, ricoprendo autorevoli ruoli istituzionali o alla guida di ministeri e di regioni.

Anche a loro si devono i successi di questi anni.

Anche a loro si deve la capacità di reagire dopo i passi falsi.

L’ unità sostanziale del secondo congresso è un trampolino di lancio per ulteriori, positivi risultati.

E’ un’ unità voluta, non imposta. Ci consentirà di affrontare questioni politiche, non parleremo certo del futuro organigramma.

Sento il preciso dovere di ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile l’unità del partito.

In periferia si è discusso, come è giusto che sia in un partito come il nostro che ha una sua dialettica interna e diverse sensibilità.

La mia ricandidatura alla Presidenza  è, da questo punto di vista, la ricandidatura di tutta una classe dirigente che ha creduto nel progetto di Alleanza nazionale e della Casa della Libertà, che mi ha aiutato a realizzarlo e che oggi è ancora al mio fianco per farlo crescere e rafforzarlo con nuovi consensi.

Per affrontare al meglio le sfide del futuro è indispensabile comprendere qual è lo scenario internazionale ed interno in cui siamo chiamati ad agire.

L’anno che ci siamo lasciati alle spalle, il primo del nuovo secolo e del nuovo millennio, ha segnato il definitivo compimento di importanti processi storici.

Su scala mondiale si è chiuso il decennio della grande transizione nelle relazioni internazionali, apertosi con il tracollo sovietico e terminato con gli attentati di Manhattan.

In Italia si è compiuto il decennio della transizione politica che, apertosi con il crollo della prima repubblica e la temporanea affermazione di soggetti extra politici, è terminato il 13 maggio con il recupero degli spazi della politica e della rappresentatività.

Il decennio della transizione nelle relazioni internazionali si era aperto nel 1991 con la fine della Guerra Fredda, un lungo periodo in cui minacce simmetriche erano esercitate in forma prevedibile ed erano in qualche misura destinate ad annullarsi.

Il decennio 1991-2001 è stato contraddistinto dall’ affermazione di una crescente leadership occidentale con risvolti militari, economici, politici.

Micro conflitti regionali (Bosnia, Cossovo) ed iniziative di polizia internazionale (Iraq) hanno consolidato un sistema che numerosi studiosi di relazioni internazionali hanno definito “unipolarismo imperfetto” e hanno alimentato il sogno della pace perpetua o addirittura della “fine della storia”.

A molti, non solo a Fukuyama, sembrava che la politica si sarebbe presto trasformata in semplice amministrazione tecnocratica.

Tanti pensavano che, finito il comunismo, l’umanità fosse approdata ad un tempo felice in cui il pensiero unico ispirato ad una forma di neo illuminismo, fosse capace di trovare tutte le risposte possibili alle problematiche della umanità.

Ben presto questa ipotesi si è rivelata un’ utopia, non materialmente tragica e sanguinosa come quella leninista, ma con tutti i limiti di una teoria omologante, incolore, priva di idealità.

L’illusione di chi pensava che la polis potesse essere governata con l’astratta gestione amministrativa, senza ideali che si fanno cultura politica, è emersa appieno.

Nell’ultimo anno le spinte recessive che si sono registrate in tre grandi locomotive economiche quali Stati Uniti, Germania e Giappone hanno evidenziato il rischio che il presunto trionfo dell’occidente potesse trasformarsi nel suo tramonto per l’incapacità di rispondere alle pressanti sfide globali, alle grandi emergenze in tema di sviluppo e di lotta alla fame.

Le giornate del G8 di Genova, nella loro assurda drammaticità, hanno aperto un capitolo di profonda riflessione su ruoli e protagonisti, su presunte virtù taumaturgiche del mercato, sulla reale necessità di una governance mondiale, sulla condivisione di tecnologie e sulla distribuzione planetaria della ricchezza.

Ma sono stati soprattutto i folli attentati di New York e Washington che hanno mostrato inequivocabilmente la necessità che fossero ancora gli Stati, i Governi, ad assumere il ruolo di “decision maker” per rispondere alle emergenze mondiali in tema di lotta al terrorismo e di crisi di larghi settori dell’economia occidentale.

Le immagini sconvolgenti dell’11 settembre hanno riproposto con forza l’ insostituibilità della politica, la sua missione storica, la sua forza volitiva.

La storia, troppo frettolosamente sepolta dall’economia tecnologica e finanziaria, è tornata sulla scena con il suo patrimonio di idee ed anche con la sua intima drammaticità, con la sua ineliminabile

conflittualità.

Nel 2001 è tramontata un’utopia. Quella visione finalistica della storia non molto diversa dal vecchio provvidenzialismo marxista.

E’ ritornata la politica. Meglio: si è riaffermata la dignità della politica.

Grandi alleanze militari, strategie economiche comuni tra gli stati, ambiziosi progetti di riforma delle organizzazioni internazionali.

Tutti elementi che aprono un capitolo nuovo nella storia dell’occidente.

Oggi si pongono pressanti interrogativi. Si avviano almeno tre grandi sfide.

La prima è quella delle integrazioni continentali, prima fra tutte quella Europea. Una riunificazione che sana le ferite militari e politiche della guerra civile europea e che si compirà nei prossimi due anni, al termine del processo di riforma dei Trattati dell’Unione.

Poi le integrazioni in Asia (con l’Asean) e nelle Americhe (con l’integrazione verticale del Nafta e a medio termine dell’Alca).

La seconda grande sfida sarà la creazione della macro regione Euromediterranea, tornata  centro gravitazionale dell’interesse geo politico mondiale.

Se nella prima parte del 900 il baricentro del pianeta si era progressivamente spostato dall’Europa all ‘ Atlantico fino a giungere negli ultimi decenni al Pacifico, ora tornano al centro del mondo lo spazio mediterraneo e medio orientale.

L’Europa ha di nuovo un ruolo da protagonista.

E’ necessario che l’Unione acquisti consapevolezza di questa nuova centralità, dell’impossibilità di affrontare tali sfide con la semplice prospettiva di rappresentare negli equilibri planetari un’ unione monetaria senza effettivo potere politico.

Come detto all’inizio, la tragedia di questi giorni fa capire quanto sia importante e urgente dare un ruolo politico all’Europa.

L’Europa ha coltivato con successo il sogno di aprirsi ad Est, di rispondere alle grandi opportunità sorte sulle rovine del muro di Berlino.

All’ apertura ad est deve seguire ora una complementare apertura a sud che, sulla linea direttrice del processo di Barcellona e in coincidenza delle tre presidenze mediterranee dell’Unione nei prossimi due anni, crei le condizioni per la realizzazione dell’area economica di libero scambio euromediterranea entro il 2010.

La terza sfida è quella che si è aperta nel Quatar con la  conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Il lancio di un ambizioso round dello sviluppo, attento alle istanze dei Paesi in via di sviluppo e dei nuovi colossali mercati cinese e, a breve, russo, chiama l’Europa ad uno sforzo doppio.

Per promuovere temi incisivi quali gli investimenti e la concorrenza, la trasparenza e l’ambiente e per porsi come interlocutore privilegiato ed autonomo del principale partner statunitense.

Costruire l’Europa come soggetto politico delle relazioni internazionali è quindi oggi più che mai, al compimento di una grande transizione internazionale, un obiettivo primario.

Una grande sfida cui l’Italia non può sottrarsi ed in cui Alleanza nazionale deve essere protagonista.

Per anni in Italia chi credeva in un unione europea “a tutti i costi ma di nessun valore” concepiva l’integrazione continentale come superamento delle identità nazionali, ritenute fonte di diseguaglianze e conflitti, incompatibili col sogno di una società uniformata dal pensiero unico.

Tale idea di sradicamento ha assunto negli anni soprattutto la forma di un super governo a impronta tecnocratica, alieno dai processi partecipativi e di legittimazione popolare.

Dico subito, a chi ci volesse accusare di euroscetticismo, che l’euro retorica (come ha ricordato Angelo Panebianco) diventa un handicap grave per qualunque paese vi si dedichi.

In Europa le differenze, le identità e gli interessi nazionali contano e il problema di qualunque governo è sempre quello di trovare il giusto equilibrio tra il proprio interesse nazionale e l’interesse comune europeo.

La convenzione e la successiva conferenza intergovernativa contribuiranno a sciogliere numerosi nodi.

E’ giunto per l’Europa il momento di superare una ambiguità nata nel periodo post bellico e che si è perpetuata nei decenni successivi, portando ad un vero e proprio deficit democratico delle istituzioni comunitarie, oggi finalmente ammesso da tutti.

Fin dal dibattito tra i padri fondatori si sono infatti confrontate due idee di Europa.

La prima è quella di una Europa tecnocratica, connubio tra tecnoelitismo e dirigismo.

La seconda ritiene al contrario che l’Europa non possa essere una “entità socialista sopranazionale”, come ha scritto non Umberto Bossi ma il Wall Street Yournal il 16 gennaio di quest’anno.

Oggi ci troviamo alle prese con un continente  bifronte, a due velocità: quella dell’euro, grande conquista. Quella della politica, enigmatico ectoplasma.

E’ arrivata al termine una parabola che percorre un cinquantennio.

Dall’Europa sintesi delle visioni illuminate di Monnet (l’Unione come obiettivo politico che precede i mezzi) e di Schuman” (collaborazioni in settori concreti da cui scaturisce l’unione) all’Europa paralizzata dall’interminabile dibattito tra euro hegeliani ed euro Kantiani (come li chiama Dahrendorf). I primi profeti di un super stato, i secondi pragmatici differenziatori di competenze.

Da questa analisi parte la sfida di Alleanza nazionale: un’ Europa politica più unita e consapevole perché somma armonica delle sovranità.

Un’ Europa più democratica, che sappia:

approfondire per allargare, consolidare per agire, fondare per tutelare.

“Approfondire per allargare”, significa dar vita a cooperazioni rafforzate su temi strategici per l’Unione lasciando che su basi meno impegnative accedano i Paesi candidati.

“Consolidare per agire” significa dare potere effettivo all’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, al Commissario per le relazioni internazionali ed alla Presidenza di turno nei loro ruoli di rappresentanza dinnanzi alle crisi internazionali in cui l’Europa deve poter intervenire.

Per questo non è più procrastinabile la creazione già decisa a Helsinki di una forza militare europea di reazione rapida.

“Fondare per tutelare” significa porre le basi, anche attraverso la Carta costituzionale dell’Europa, di una piena integrazione anche nel delicato terzo pilastro della giustizia e degli affari interni.

Non possiamo pensare che basti un richiamo alla Convenzione di Roma per la protezione dei diritti umani, nè riteniamo che la Carta proclamata a Nizza possa avere un reale ed incisivo significato politico e di garanzia.

Alleanza nazionale crede che l’Europa sia un progetto che si sviluppa “con i popoli e non sopra i popoli”.

Un progetto di sovranità concentriche imperniato sulle istituzioni nazionali legittimate dal voto popolare e su istituzioni europee più democratiche e trasparenti.

In una Europa che gestisce da Bruxelles più della metà delle decisioni che incidono sulle politiche nazionali, con punte significative nel settore economico e agricolo, è indispensabile garantire la massima partecipazione dei cittadini.

Il futuro dell’Europa non può essere l’uniformità nel centralismo, ma l’unità nelle diversità.

Nell’Europa riunificata emergerà ancor più evidente l’esigenza di un effettivo riconoscimento del principio di sussidiarietà.

All’Unione spettano tutte le competenze che traggono chiaro vantaggio da una trattazione a livello Europeo: la politica estera e di sicurezza, la stabilità monetaria e le regole commerciali, l’immigrazione e il diritto di asilo, la lotta al terrorismo e alle organizzazioni criminali internazionali, la politica agricola, la ricerca e l’innovazione…..

Edmund Stoiber, riprendendo un concetto espresso da Tony Blair, ha sintetizzato con grande efficacia: “integrazione ove è necessario, decentramento ove è possibile”.

La sussidiarietà ed il maggior coinvolgimento dei cittadini rappresentano la strada maestra per aprire spazi di democrazia.

Oggi ancora troppe decisioni dell’Unione, lungi dall’essere adottate in sede  parlamentare, scaturiscono dalle riunioni del Consiglio e sono attuate dagli organi della Commissione.

Il primo decide in segreto, la seconda attua in maniera politicamente non responsabile.

Questi due evidenti paradossi, in chiara contraddizione con lo spirito democratico di cui l’Europa è stata nei secoli portatrice, devono essere prontamente superati.

I lavori del Consiglio devono essere pubblici e trasparenti, i cittadini dell’Unione vanno maggiormente coinvolti valorizzando anche il ruolo del parlamento europeo e dei parlamenti nazionali.

Va comunque ricordato che l’Europa costituisce innanzitutto per Alleanza nazionale un valore culturale e spirituale.

L’Europa è il frutto della storia e delle specificità dei suoi popoli, dall’antica Grecia alla romanità, dalla tradizione ebraico cristiana al Medioevo, dal Rinascimento all’Illuminismo, fino all’800 delle patrie e al 900 della modernità.

Solo ritrovando i tratti comuni e quelli distintivi di una lunga storia è possibile acquisire coscienza di una cittadinanza europea.

Alla fine del 18° secolo il conservatore Edmund Burke inneggiò ai valori della civiltà europea, “quel sistema di vita e di educazione più o meno uguale in tutta questa parte del mondo, che crea somiglianza di consuetudini sociali e di forme di vita e per cui nessun europeo potrebbe essere completamente esule in alcuna parte d’Europa”.

L’Europa è anche l’occidente, perché ha portato una parte importante di se stessa oltre l’oceano.

Russel Kirk definiva l’America la proiezione di Gerusalemme, Atene, Roma e Londra.

Il valore dell’occidentalismo e il particolare legame con l’America è l’altra grande verità che ci deve accompagnare nel prossimo futuro.

E’ il concetto di Magna Europa caro all’europeista Henri Brugman, ripreso da George Bush in un discorso pronunciato a Varsavia nel quale il Presidente americano rendeva tributo all’eredità europea.

La difesa delle nostre tradizioni e della cultura occidentale, soprattutto ora che i tragici avvenimenti internazionali hanno portato alla ribalta movimenti fondamentalisti che attaccano e vorrebbero annientare il nostro sistema di vita, è un nostro diritto e al tempo stesso un preciso dovere.

Per questo dobbiamo costruire una Europa comunitaria più forte che preservi i singoli Stati e ne unisca le potenzialità.

Un’ unione di Stati-Nazione dove gli interessi nazionali contribuiscono ad individuare l’interesse e le priorità dell’Europa.

L’Italia, ad esempio, è geograficamente un Paese mediterraneo ma geopoliticamente è un Paese europeo situato nel mediterraneo.

Ha interesse per un pieno sviluppo della sponda nord africana e giustamente ritiene che essa si realizzi appieno con il consolidamento dei processi sociali, economici e culturali previsti dal negoziato di Barcellona in ambito comunitario.

Altro esempio. L’Italia ha un evidente interesse alla stabilizzazione dei Balcani, ma sa bene che essa è possibile solo con la piena integrazione di quei Paesi nell’unione Europea, rendendoli ponte e crocevia di tutta l’Europa verso le aree caucasiche e centro asiatiche.

Alleanza nazionale vuole riaffermare questo ruolo guida dell’Italia nella formazione dell’interesse e delle priorità europee. In particolar modo con un dialogo costruttivo con quei Paesi mussulmani dove si cerca di contenere il fondamentalismo islamico, in particolar modo l’Egitto, il Marocco, la Tunisia.

E’ attraverso gli stati e i governi nazionali che l’Unione Europea può acquisire personalità e peso politico sulla scena internazionale. Ancor più oggi che, al compimento di grandi transizioni, gli Stati ritrovano la loro centralità.

Nel 2001 anche l’Italia ha vissuto un evento e ha chiuso una fase di transizione.

La vittoria della Casa delle Libertà nelle elezioni politiche ha sancito il principio dell’alternanza al governo e ha segnato la sconfitta di tutte le forze che avevano alimentato il rischio di una democrazia bloccata.

Il 13 maggio la maggioranza naturale del Paese è tornato al governo  e, con essa, il blocco sociale che si è riconosciuto nel centro destra.

Si è costituita una maggioranza politica, con il ritorno nella Casa delle Libertà di importanti quote di elettorato del Nord, troppo a lungo spinte verso derive secessionistiche.

Si è saldata una maggioranza sociale, interclassista, con il coinvolgimento accanto a larghe fasce di cittadini non garantiti del mezzogiorno dei lavoratori dipendenti, privati e statali, delle categorie e degli attori economici più dinamici, il cosiddetto popolo della partita iva.

Il successo elettorale ha segnato la conclusione di una contorta fase di transizione cominciata nel 1989 con la caduta del comunismo, proseguita nel 1992 con tangentopoli e la crisi della vecchia classe dirigente, passata attraverso la vittoria del Polo nel 1994, culminata in una lunga fase di “ipoteca sulla politica” negli anni che vanno dal 95 al 2001.

Sei anni in cui, con la sola eccezione del Governo Prodi, una minoranza politica si è ritrovata maggioranza parlamentare grazie a giochi di palazzo e trasformismi.

Anni bui in cui la sovranità popolare è stata calpestata e sottomessa a miopi ragioni di schieramento e, in alcuni casi, di tornaconto personale.

Gli anni che vanno dal 1995 al 2001 sono stati gli anni delle prove tecniche di ritorno di vecchie tentazioni e logiche consociative, della proliferazione di gruppi e gruppetti parlamentari nati con il solo scopo di condizionare le maggioranze governative grazie al potenziale di ricatto della propria manciata di seggi.

Il parlamento che ci siamo lasciati alle spalle lo scorso 13 maggio è stato il parlamento dei quasi 50 gruppi politici, delle centinaia e centinaia di eletti che hanno cambiato partito o schieramento.

Un parlamento in cui sono stati molteplici i tentativi di frammentazione e di riproporzionalizzazione della rappresentanza.

Gli anni del centro sinistra in Italia sono stati anche il periodo in cui un po’ in tutto l’occidente si è assistito all’ affermazione e al declino di una nuova versione del progressismo internazionale. La tanto decantata terza via immaginata da Bill Clinton, teorizzata dal guru laburista Anthony Giddens e poi fatta propria da tutti i leader della social-democrazia, a partire da Gerard Schroder.

Un movimento politico che ha fatto parlare di onda rosa in Europa. Anni in cui solo la Spagna di Aznar andava politicamente in contro tendenza.

Oggi nel nostro Continente e negli Stati Uniti, come dimostra il conservatorismo solidale con cui Bush ha vinto le elezioni, il tentativo di aggiornare la social democrazia è fallito. Il progetto di Ulivo mondiale accarezzato negli scorsi anni e consacrato nel vertice di Firenze è definitivamente franato.

I partiti social laburisti si trovano anche nel parlamento europeo in una condizione di netta inferiorità numerica.

Al contrario l’affermazione elettorale di partiti di destra e centro destra è evidente in tutta Europa.

Dal 1995 al 2001 Alleanza nazionale si è battuta dentro e fuori il Parlamento contro le ipotesi di un ritorno al passato.

Ha denunciato le manovre lottizzatrici, i nuovi e vecchi “inciuci”. Si è opposta con grande tenacia al tentativo di soffocare sul nascere il cammino riformatore della politica italiana.

Siamo stati i più tenaci nel difendere il principio elettorale maggioritario.

Alleanza nazionale è stata in questi anni tra i più attivi protagonisti del processo di consacrazione della dinamica bipolare in Italia e di  definitiva fuoriuscita della politica nazionale dalla prima repubblica.

Possiamo dire di esserci riusciti.

Gli ostacoli da superare sono stati molteplici.

In primo luogo il neoconsociativismo, cioè la tendenza ad annullare in sede parlamentare la volontà popolare espressa dagli elettori. Le tentazioni neo consociative spezzano il patto instaurato tra eletti ed elettori, minano alla base lo stesso principio democratico.

Alleanza nazionale si è coerentemente impegnata per dare agli Italiani la possibilità di scegliere tra diverse opzioni politiche. Ha combattuto in ogni occasione il rischio di ricaduta nella palude partitocratica.

Il secondo ostacolo è stato rappresentato dal tentativo di controllo tecnocratico della politica, con la diminuzione degli spazi di azione del ceto politico a favore di altri poteri non eletti e non rappresentativi della volontà popolare.

Proprio perché siamo sempre stati consapevoli che un mercato libero da sovrastrutture burocratiche funziona meglio, abbiamo contrastato l’idea secondo cui a gestire il potere reale dovevano essere poteri differenti e non riconducibili a scelte politiche.

 Il problema si è acuito  negli anni 90, quando la fase dei processi di privatizzazione e deregulation e la moltiplicazione delle authority è coincisa con  il rifiuto dell’eccesso di politica dei decenni precedenti.

Siamo stati tra i più attivi nel denunciare i possibili rischi di una graduale espropriazione della politica e di un progressivo condizionamento dall’esterno del processo di decisione democratica dei governi.

Lo ribadiamo ancora una volta.

Per la destra, come ha lucidamente scritto Domenico Fisichella, “la politica decide i fini della azione sociale, i tecnici i mezzi.”

Alleanza nazionale crede nel primato della politica, al servizio dell’interesse generale e del bene comune.

Un concetto che non può essere ridotto alla somma delle decisioni individuali, né alla sola mediazione tra gruppi e interessi in conflitto.

E’ alla politica che spetta il potere d’agenda, il compito di fissare le priorità.

E’ alla politica che tocca rispondere, di fronte al corpo elettorale, di errori o successi nella propria azione.

Il terzo ostacolo da superare è stata la tendenza interventista di una piccola parte dell’ordine giudiziario.

Pochi magistrati che si sono discostati dalla loro funzione istituzionale di applicare e far rispettare le leggi.

C’è stata una sorta di via giudiziaria al condizionamento della politica.

Un giudice non deve “fare giustizia”. Deve “rendere giustizia”.

Esiste una chiara differenza tra il dovere di sanzionare i comportamenti penalmente rilevanti degli esponenti politici, che non possono certo pretendere l’impunità, e la velleità di controllare la politica.

In questi anni purtroppo non tutti i magistrati hanno avuto ben chiara questa differenza.

Lo affermiamo nella consapevolezza di rappresentare un elettorato che si è sempre battuto contro la corruzione, le inefficienze e gli sprechi della classe politica.

Un elettorato che ha sempre creduto e crede nel dovere di garantire il rispetto del principio di legalità, su tutto il territorio nazionale e in tutti gli ambiti della vita sociale.

Il neo consociativismo, il preteso controllo tecnocratico della politica e il tentativo di condizionarla per via giudiziaria sono i tre fattori che hanno creato, con la loro azione combinata, il rischio di una deriva antipolitica in Italia.

Ora, nei primi mesi del 2002, ci sentiamo di affermare che questo rischio è stato sventato.

Ne siamo convinti.

Nonostante gli eccessi verbali di qualche procuratore che invita a resistere. Nonostante gli infantili girotondi di qualche intellettuale incapace di accettare il responso elettorale.  Nonostante la malafede di chi si scaglia contro una ipotetica immaturità del popolo italiano incapace di vedere  che il “13 maggio è nato un regime”.

Nonostante questi patetici quanto irresponsabili comportamenti, siamo sicuri che l’Italia sia finalmente diventata una democrazia dell’alternanza.

Pienamente matura e, che in quanto tale, ha istituzionalizzato la competizione bipolare e non ha bisogno nè di padrini né di controllori interni o internazionali.

Una democrazia in cui il popolo sa scegliere liberamente la maggioranza di governo che preferisce e in cui tutti i soggetti politici sono ugualmente legittimati a guidare l’Italia, senza alcuna necessità di esami preliminari.

In Italia non esistono governi illegittimi od opposizioni pericolose per la democrazia.

Esistono solo differenti coalizioni, differenti partiti e differenti progetti di governo che nel momento della prova elettorale si contendono democraticamente la guida della nazione.

Nel rispetto delle istituzioni e della volontà popolare. Come in ogni altra parte del mondo occidentale.

Ci auguriamo che lo ricordino, e in fretta, tutti i protagonisti della scena politica e che i furori polemici delle ultime settimane scompaiano rapidamente.

Non intendiamo dare lezioni ad alcuno, ma crediamo sia giusto lanciare un monito a tutti.

Ricordiamoci che un clima politico esasperato ed avvelenato non giova a nessuno.

Allontana i cittadini, ed in specie i più giovani, dalle istituzioni.

Discredita l’Italia nel contesto internazionale.

Favorisce soltanto chi vuole ricacciarla indietro. Non solo verso gli anni di piombo e del terrore, ma anche verso gli anni dell’immobilismo e del malgoverno.

La nostra non è melensa vocazione al buonismo, un’attitudine che non c’ è mai appartenuta e che non ci appartiene.

La nostra è convinta consapevolezza che la democrazia dell’alternanza faticosamente raggiunta è un valore di cui la società Italiana ha bisogno.

 Un valore che va consolidato partendo dal reciproco rispetto.

Rispettarsi tra avversari non vuol dire mettersi d’accordo.

 Vuol dire innanzitutto rispettare se stessi e soprattutto rispettare gli Italiani.

 Perché gli italiani comunque abbiano votato, hanno oggi il sacrosanto diritto di avere un “governo che governa” ed una opposizione che controlla, nella netta distinzione dei loro ruoli.

E se governare non vuol dire comandare – e noi ne siamo coscienti – opporsi non può voler dire insultare, mentire, seminare odio.

Alleanza nazionale continuerà ad impegnarsi perché la cultura del reciproco rispetto si affermi.

E’ il miglior antitodo non solo al terrorismo, ma anche alla violenza e all’ intolleranza.

Lo farà con la stessa determinazione con cui negli anni scorsi ha percorso la strada indicata a Fiuggi e ha dimostrato di credere per davvero che in una sana democrazia non esiste il nemico ma solo l’avversario.

Siamo comunque ottimisti, perché la vittoria del centro-destra e il nostro peso politico hanno segnato il ritorno definitivo della politica e delle sue potenzialità riformatrici.

Una politica affrancata da condizionamenti esterni e che dispone degli spazi e della necessaria solidità per governare il cambiamento.

La maggioranza parlamentare che ci è stata consegnata dal voto popolare consente di godere di una triplice condizione favorevole.

 Il capitale di consensi, che si traduce nella fiducia del popolo italiano nei confronti del governo.

 La stabilità della maggioranza, robusta nei numeri e nei contenuti programmatici.

 La rappresentatività della coalizione, necessaria per varare riforme profonde e strutturali, capaci di segnare profondamente il volto della nuova Italia.

Di una politica coraggiosamente riformista l’Italia ha assoluta, vitale necessità.

Il centro-destra ritiene di essere in grado di attuarla. Cerchiamo di capire più analiticamente perché ne siamo convinti e quale contributo determinante può dare la destra.

Il 900 si è chiuso con la sconfitta dello statalismo, con la consapevolezza delle degenerazioni del Welfare e col pieno riconoscimento delle capacità del libero mercato.

Accanto a tante verità, in Italia è nata però anche qualche illusione. Ad esempio, pensare che lo stato dovesse rinunciare ad ogni funzione di indirizzo e regolazione dei processi economici, perché il mercato era completamente autosufficiente.

Oppure ritenere che la crescita della New Economy potesse far abbandonare la Old Economy, cioè quella capacità industriale vitale in un Paese trasformatore di materie prime come l’Italia.

Gli eventi degli ultimi mesi dimostrano invece che è ancora necessario un ruolo attivo degli stati, non solo a difesa della identità e della sicurezza collettiva ma anche a tutela della economia.

Per questo diciamo che il nostro Paese deve recuperare un disegno strategico di ampio respiro.

Deve certamente completare l’approdo ad un sistema economico competitivo, attraverso la dismissione da parte dello Stato di funzioni che non sono strategiche; attraverso il dimagrimento delle burocrazie e soprattutto attraverso la consacrazione della cultura di impresa e la necessaria garanzia di una concorrenza su basi paritarie tra i protagonisti del mercato.

Contemporaneamente, deve però colmare quel pericoloso gap tecnologico e infrastrutturale  che è divenuto una vera minaccia alla nostra competitività nel mondo.

L’Italia è al 20° posto mondiale per capacità di innovazione e stime altrettanto affidabili ci pongono in coda ai Paesi europei quanto a capacità di attrarre capitali esteri.

Contro questo gap deve intervenire  - e presto – lo Stato, attraverso l’azione politica del governo.

Porti, aeroporti, autostrade, ferrovie, metropolitane, centri di ricerca e di eccellenza, fonti energetiche, reti idriche, interventi d’assetto idrogeologico, degrado del patrimonio artistico sono la nostra emergenza nazionale.

Dove le dinamiche del mercato da sole non bastano, il concorso della mano pubblica può e deve garantire il soddisfacimento dell’innovazione strutturale del Paese.

In questi mesi il governo si è mosso su questa strada con decisione e capacità.

Ha contemperato due esigenze: il rispetto della filosofia liberale che vuole un ruolo non invasivo dello stato nell’economia, ma anche la necessità di favorire quegli investimenti di pubblico denaro che coincidono con l’interesse strategico della Nazione.

Due esigenze che Alleanza nazionale sintetizza con la formula “far fare”, cioè disegnare nuovi rapporti tra stato ed economia.

Senza guardare indietro, alle invasioni di campo e al deficit pubblico. Ma guardando avanti, alla tutela dell’interesse nazionale. Non certo il vecchio statalismo dello stato produttore di panettoni, quanto la consapevolezza che solo una politica autorevole può governare transizioni epocali come quella in atto.

A chi dovesse pensare, tra i nostri critici, che questa considerazione nasconde una scarsa cultura liberista consiglio di riflettere su quanto ha scritto il Wall Street Journal dopo l’11 settembre:

“il mercato così giustamente celebrato dopo il collasso del comunismo, non è la soluzione di tutti i problemi e non ci dà sempre ciò di cui abbiamo bisogno. In particolare a volte ci nega quello che va a beneficio di tutti ma non assicura profitti a nessuno in particolare.”

Anche il giornale più autorevole al mondo per la cultura liberista è quindi consapevole che lo Stato non può scomparire dai processi economici.

Deve svolgere una funzione di indirizzo, di definizione delle regole, di correzione delle distorsioni del mercato, di mediazione di interessi, di soluzione dei conflitti nel segno dell’interesse nazionale.

Certamente lo Stato deve fare poche cose, le deve far bene e soprattutto deve far fare.

La competizione economica è una condizione indispensabile per lo sviluppo, ma non può essere lasciata in balia degli eccessi della mano invisibile.

Deve essere regolata dalla politica in direzione di una crescita equilibrata e virtuosa per l’intero sistema Paese.

Crescita equilibrata e virtuosa significa ad un tempo più ricchezza prodotta e più solidarietà sociale.

Negli anni scorsi lo Stato Italiano ha speso molto e ha ridistribuito male.

Ha occupato gran parte del sistema economico producendo deficit e diseconomie.

 Ha burocratizzato la società lasciando intatte gran parte delle situazioni di disagio e povertà sociale.

 Ha consumato ingenti risorse senza tuttavia garantire e promuovere vero sviluppo civile e autentica solidarietà.

Oggi non dobbiamo tuttavia commettere l’errore di scaricare solo sul mercato e sui privati il compito di assicurare solidarietà sociale.

Di fronte alla necessità urgente e vitale di una riforma strutturale del nostro Welfare State, Alleanza nazionale vuol garantire un modello che sia davvero sociale, soprattutto negli esiti.

Lo sviluppo senza solidarietà è un processo incompleto e per certi aspetti potenzialmente pericoloso; perché moltiplica le sperequazioni sociali e territoriali, aumenta i focolai di tensione, crea fratture fra ceti produttivi e regioni del Paese.

Non a caso, tutte le analisi, anche quelle più attente agli interessi delle imprese, concordano nel ritenere la fiducia, la coesione e la pace sociale tra i principali motori della crescita economica di una nazione.

Va anche detto che qualsiasi progetto di sviluppo economico non può prescindere dalla realtà storica della Nazione.

Anzi, come la storia e le politiche dei grandi competitors internazionali dimostrano, la competitività del sistema-Paese rappresenta l’affermazione dell’ identità nazionale nell’epoca moderna della globalizzazione.

Per questa ragione Alleanza nazionale sostiene convintamente l’esigenza di favorire l’affermazione di un vero modello di economia sociale di mercato, come del resto scritto nel programma elettorale della Casa delle Libertà.

Alla vigilia della piena integrazione continentale è bene ricordare che l’economia sociale di mercato rappresenta l’originale via europea allo sviluppo economico.

E va riaffermato che ciò che distingue il nostro modello di economia sociale di mercato dal dirigismo social-democratico è innanzitutto la sua impostazione rispettosa della responsabilità individuale e della cultura di impresa.

E’ una visione dell’economia che ha nel lavoro e nella partecipazione i suoi capisaldi.

E’ una visione dell’economia che vuol promuovere la partecipazione di tutte le parti sociali nella definizione e nel raggiungimento dell’interesse generale.

Interrogarsi oggi su quali saranno le prospettive del”sociale” nel nostro Paese è doveroso ma richiede una sola risposta: il futuro è una socialità non paternalistica o assistenziale, ma valorizzata e promossa dal principio di sussidiarietà e dal principio di partecipazione.

Sono infatti i principi di sussidiarietà sia verticale che orizzontale, e di partecipazione, necessario complemento della sussidiarietà, che potranno consentire all’Italia di mantenere e migliorare nel tempo il proprio sistema di protezione e di assistenza sociale.

E’ in questa cornice culturale che vanno scritte ed attuate le riforme, urgenti come non mai ed indispensabili in ogni settore, compreso il mercato del lavoro.

L’irruzione rapida e prepotente delle nuove tecnologie nei processi di produzione ha determinato un passaggio che viene solitamente definito come passaggio dal modello fordista a quello post fordista.

Dopo tre rivoluzioni industriali siamo entrati nella società post industriale.

Rispetto a questo mutamento della società contemporanea si sono registrati due atteggiamenti opposti tra loro.

Da un lato coloro che hanno previsto nientemeno che la “fine del lavoro”, ipotizzando una società dove le macchine avrebbero progressivamente sostituito l’agire e la produttività umana. Inutile dire che si tratta di una utopia pari alla “fine della storia”.

Dall’altro lato coloro che continuano a ragionare sulla base di categorie ottocentesche quale la divisione in classi sociali.

Due atteggiamenti che sono stati accompagnati da due diverse letture dei fatti anche in chiave politica.

 L’ottimismo che confida ciecamente nelle potenzialità dello sviluppo scientifico contrapposto alla nostalgica rendita di posizione dell’operaismo anticapitalista.

Nell’uno come nell’altro caso, il lavoratore – l’uomo – rimane sullo sfondo, è marginale.

E’ evidente che per la cultura politica della destra nessuna di queste due posizioni è corretta.

Vi sono, nell’avvento delle nuove tecnologie, profonde implicazioni di cui nessuno sembra oggi capace di calcolare con precisione le conseguenze, le opportunità, i rischi.

Ciò che ad esempio sappiamo è che in qualunque luogo del pianeta si trovi, internet ha assunto il valore di un simbolo, ha determinato effetti grandiosi.

Ha abolito la distanza e il tempo. Per cui il denaro circola in tempo zero da un capo all’altro della terra. Questa mobilità fa invecchiare rapidissimamente ogni struttura e ogni regola e la si ritrova ad ogni livello. Tra chi fa ordini e i subappaltatori, tra le multinazionali e i Paesi, tra i mercati finanziari e le imprese.

Dal commercio delle materie prime l’economia passò a quello dei prodotti industriali. Oggi è passata dal commercio dei prodotti industriali a quello dei prodotti finanziari e dei servizi.

I valori chiave del lavoro stanno diventando la durata limitata, l’autonomia, la creatività, la convivialità, la cosiddetta filosofia dell’door .

Ci sono sempre meno capi e sempre più responsabili, che lavorano in squadra.

Il manager attento alle risorse umane, adattabile, comunicativo sostituisce via via il dirigente rigido e pianificatore.

La flessibilità e la partecipazione prendono il posto nelle imprese delle divisioni rigide e della conflittualità.

A causa della intensificazione su scala mondiale della concorrenza, l’impresa funziona sempre meno “in interni”. Trasferisce all’esterno i servizi.

La stessa impresa lascia progressivamente il posto alla ditta – rete, fenomeno che và di pari passo con l’emersione di un mondo post moderno essenzialmente “connessionista”.

In questo tumultuoso scenario di mutamenti non può non aver luogo  un ripensamento profondo del valore del lavoro stesso, delle capacità professionali, del ruolo giocato dalla intelligenza umana.

Quale che sia lo sviluppo della fase attualmente in atto, è evidente fin d’ora che le nuove tecnologie stanno segnando con lettere di fuoco il passaggio dall’economia industriale all’economia dell’informazione.

La cosiddetta “era dell’accesso” teorizzata da Rifkin è sempre più regolata da un insieme completamente nuovo di processi socio economici, molto diversi da quelli che hanno regolato l’era del mercato.

Piaccia o meno, nell’ultimo lustro lo straordinario sviluppo della tecnologia ha rivoluzionato in buona parte del globo il mondo della produzione, i ritmi di lavoro ma anche il tempo libero, l’informazione, i rapporti interpersonali e familiari.

Questa è la realtà affascinante e al tempo stesso inquietante del nostro tempo.

Per la cultura politica della destra essa non può comunque significare che il lavoro debba essere relegato ad una dimensione puramente tecnologico materiale,  senza alcuna dimensione spirituale.

Anzi, in una moderna prospettiva sociale si può ben parlare della necessità di un nuovo “Umanesimo del lavoro” inteso come riconoscimento del lavoro come una delle più alte espressioni della vita umana, momento attraverso cui l’individuo realizza la sua personalità.

Diciamo queste cose per due ragioni.

 Perché sul tema della dignità del lavoro e dei diritti del lavoratore la destra politica non ha nè complessi di inferiorità culturale nè tantomeno comportamenti che denotano insensibilità.

In secondo luogo perché vorremmo introdurre nell’incandescente dibattito politico e sindacale in corso un minimo di qualità, di analisi di prospettiva. Speriamo vivamente di riuscirci.

Cerchiamo di ricapitolare i termini della questione.

Governare il cambiamento significa innanzitutto volontà e capacità di fare le riforme.

La modernizzazione del sistema Italia e la sua possibilità di competere su scala internazionale in una situazione in rapidissima evoluzione è impossibile senza profonde riforme strutturali.

La riforma del sistema fiscale, del sistema sanitario, del sistema previdenziale, del mercato del lavoro.

Sono riforme che non chiede in ogni circostanza, solo l’Europa.

Le pretende la società italiana, pena il suo impoverimento e la sua decadenza.

Ieri le ha chieste invano al centro sinistra, che è stato sconfitto per la sua incapacità politica di dar vita ad un riformismo forte, produttore insieme di sviluppo e di socialità.

Oggi la società italiana chiede le riforme al centro destra.

Il nostro governo ha accettato la sfida. E’ nato con l’impegno di vincerla. Deve essere fermamente intenzionato a riuscirvi.

Non agiamo per un interesse di parte ma nell’interesse della collettività nazionale.

Lo dimostra il fatto che le biblioteche sono piene di volumi di autorevoli studiosi del centro sinistra che sono univoci nel dire che senza serie riforme l’Italia non può crescere ed è condannata a retrocedere.

Se tutto ciò è vero, ed anche i nostri avversari più decisi sanno che è vero, c’è solo da chiedersi: quali riforme?

E allora vediamole da vicino, le riforme del nostro governo.

Sono riforme equilibrate, che vanno nella direzione giusta.

Sono riforme  tutt’altro che anti-sociali.

Si può definire anti-sociale il patto di stabilità interno tra Stato e Regioni per il contenimento della spesa sanitaria che ha confermato il ruolo, essenziale per i ceti più deboli, del servizio sanitario nazionale?

Si può definire anti-sociale la scelta di lasciar libero il lavoratore di optare tra l’esercizio del diritto, una volta maturato, di andare in pensione e la possibilità di continuare a lavorare ricevendo una busta paga più pesante?

Si può definire anti-sociale la possibilità (non l’obbligo!) per il lavoratore di utilizzare il trattamento di fine rapporto, la cosiddetta liquidazione, ancora da maturare per costituirsi un fondo pensionistico integrativo?

Si può definire anti-sociale un modello fiscale che finalmente farà pagare meno tasse e sposterà l’ attenzione dello Stato dal reddito individuale al quoziente di reddito familiare e quindi, di fatto, aiuterà le famiglie più numerose e monoreddito?

Si può definire anti-sociale una riforma, sperimentale e temporanea, dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che darà finalmente la possibilità di essere assunto a tempo indeterminato a chi oggi è precario perché ha un contratto a termine; oppure lavora in nero e quindi non ha nessuna garanzia; o addirittura non lavora affatto ed è disoccupato?

Si può definire anti-sociale una riforma  che non riguarda nessun lavoratore che sia oggi occupato a tempo indeterminato, né privato né pubblico e che avrà effetti positivi per chi oggi non ha il posto fisso e rischia, senza riforme, di non averlo mai?

Si può definire anti-sociale una riforma  che non viene chiesta dalle grandi industrie, che da anni non assumono un giovane e sempre più spesso fanno ricorso alla cassa integrazione o addirittura ai licenziamenti collettivi?

Si può definire anti sociale una riforma che viene invece invocata a gran voce da migliaia e migliaia di imprese piccole e  piccolissime che vogliono crescere, vogliono superare la soglia dei 15 dipendenti, vogliono assumere e sono pronte a farlo?

La risposta a tutte queste domande è una e una sola: no, non sono riforme anti-sociali!

Se c’è qualcosa in tutte queste riforme, ed in particolare nelle modifiche dell’art. 18, di profondamente ingiusto è solo la campagna di disinformazione che è stata fatta dai nostri avversari.

Né comprendiamo le ragioni.

Non è solo propaganda dell’opposizione. C’è qualcosa di più profondo.

Le forze politiche del centro sinistra hanno compreso che la posta in gioco non è il merito delle riforme da noi proposto.

Specie sul mercato del lavoro importanti esponenti del centro sinistra hanno preso nel tempo posizioni assai più radicali delle nostre.

Potrei citare al riguardo Tiziano Treu o lo stesso Massimo D’Alema. Mi limito a ricordare ciò che scrisse, in un saggio del Cnel, nientemeno che Luciano Lama 17 anni fa, nel 1985.

“Il licenziamento senza giusta causa non dovrebbe comportare l’ordine incondizionato di reintegrazione del posto di lavoro, ma soltanto una condanna alternativa che lascia al datore di lavoro la scelta tra la riassunzione del lavoratore entro un temine molto breve o il pagamento di una penale, a titolo di risarcimento forfettario dei danni, fissata dal giudice entro un minimo e un massimo”.

Il documento si intitolava “osservazioni e proposte su la revisione della legislazione sul rapporto di lavoro” e affermava che “l’esperienza applicativa dell’istituto della reintegrazione del posto di lavoro non è stata sotto vari aspetti positiva”.

Se il leader storico del sindacalismo di sinistra scriveva queste cose quasi vent’anni fa si capisce perché diciamo che la posta in gioco non è il contenuto della nostra  proposta di riforma dell’art. 18.

Lo scontro è tutto politico.

Ed è diventato aspro oltre ogni limite perché il centro-sinistra ha compreso che se il nostro governo fa le riforme, Berlusconi e Fini vincono laddove Prodi, D’Alema e Amato hanno fallito.

Fare le riforme vuol dire sconfiggere politicamente quel vasto blocco conservatore che ha sempre impedito ai governi di centro-sinistra di far seguire a tante lodevoli intenzioni verbali la forza convincente dei fatti.

Recentemente lo ha ricordato anche il premio Nobel per l’economia Franco Modiglioni, che certo non può essere sospettato di simpatie politiche per il centro destra.

Diciamo subito che indicare nei sindacati la guida del blocco conservatore è semplicistico quanto sbagliato.

Non si può e non si deve generalizzare.

In Italia vi sono alcuni ambienti industriali ostili alle riforme e refrattari alle innovazioni, ancora nostalgici della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite facendo  ricorso al danaro del contribuente.

Vi sono al contrario alcuni sindacati che hanno una visione del mondo del lavoro aperta alle sfide della modernità.

 Attenta, come doveroso, alla tutela dei diritti dei lavoratori, ma al tempo stesso sensibile alla necessità di offrire opportunità ai disoccupati e alle piccole e medie imprese.

Certo è difficile negare che nel mondo sindacale la posizione conservatrice della CGIL è evidente.

Ne abbiamo avuto la riprova nel rifiuto aprioristico di sedersi al tavolo proposto dal governo per verificare la possibilità di giungere ad un avviso comune delle parti.

Va dato atto alla CGIL che la sua ostilità alle riforme non è nuova. Al fondo c’è una evidente quanto perversa coerenza.

Basti ricordare come il segretario Cofferati rispose a D’Alema, segretario del suo partito e all’epoca presidente del Consiglio, quando questi a Bari, all’ inaugurazione della Fiera del Levante, affermò senza mezzi termini che per i giovani disoccupati del meridione era arrivato il momento di cancellare il mito del posto fisso a vita.

Tutti sappiamo chi cambiò opinione dopo l’accesa polemica tra i due esponenti della sinistra.

Il punto non è quindi stabilire se la posizione conservatrice della CGIL è strumentale o meno.

Bisogna prendere atto che oggi Cofferati non è più solo un leader sindacale, ha assunto un ruolo politico di primissimo piano per la crisi di credibilità in cui si trovano i dirigenti dei Democratici di sinistra.

Lo hanno notato in molti: la grande manifestazione sindacale del 23 marzo ha riportato in piazza tutte le componenti della sinistra.

Dalle più estreme alle più moderate. Da Agnoletto e Casarini, da Bertinotti e Cossutta, da Berlinguer e Fassino, da D’Alema e Veltroni passando per Nanni Moretti e il Prof. Pardo.

Tutti insieme, come non accadeva da anni e tutti sotto le bandiere della CGIL.

Tutti ad urlare il loro no al terrorismo e il loro altrettanto sincero no alle riforme.

Chissà se D’Alema si è accorto dell’ ironia del destino:

costretto ad applaudire, per non perdere ulteriore credibilità agli occhi del popolo con la bandiera rossa, proprio chi gli aveva impedito di governare e lo aveva di fatto condannato alla sconfitta elettorale e al declino politico…..

Evidenziare il ruolo fortemente politico che ha oggi la CGIL talmente marcato da far pensare che oggi sia il partito, cioè i DS, ad essere diventato la cinghia di trasmissione in parlamento del sindacato, è necessario ma non è comunque sufficiente per individuare la via da seguire nell’immediato futuro.

Dimenticare che il 16 aprile ci sarà uno sciopero generale indetto dalla quasi totalità delle organizzazioni sindacali sarebbe profondamente sbagliato.

Al riguardo diciamo subito che Alleanza nazionale ha il massimo rispetto per chi sciopera.

Lo sciopero è un diritto inalienabile e rappresenta sempre un sacrificio, un costo per il lavoratore.

Ci permettiamo solo rispettosamente di invitare tutte le lavoratrici e i lavoratori ad informarsi, a verificare se davvero ne vale la pena, se davvero è giusto incrociare le braccia.

Noi pensiamo che non lo sia.

Ci impegneremo per spiegare le nostre ragioni e ribadiamo che, così come il sindacato ha il diritto di andare in piazza e scioperare, il governo ha il diritto di governare.

Ma dopo il 16 aprile è necessario continuare nel muro contro muro ? Nella reciproca incomunicabilità ?

Alleanza nazionale pensa che non sia ne necessario né utile.

Il dialogo deve riprendere, con tutte le forze sociali disponibili, nessuna esclusa.

Noi non vogliamo dividere i sindacati. Quando si è chiusa felicemente la trattativa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego siamo stati lieti che anche la CGIL lo abbia firmato.

Noi vogliamo che il sindacato si assuma, al pari dei datori di lavoro e del governo, le proprie responsabilità.

Ognuno dovrà rispondere del proprio operato dinnanzi alla società Italiana.

Il governo lo farà. Andrà avanti con le riforme proposte e dialogherà con tutti coloro che vorranno farlo.

I temi non mancano. E’ stato detto giustamente che occorre ripartire dal libro bianco sul mercato del lavoro che vide la preziosa collaborazione di Marco Biagi.

Facciamolo, ma entriamo nel merito delle proposte. Non limitiamoci ad una superficiale lettura.

A pagina 7 del libro c’è scritto :

“nell’ottica di una strategia che mira all’innalzamento dei livelli occupazionali quattro appaiono le aree maggiormente problematiche; il mezzogiorno, l’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani; la fuoriuscita ancora troppo precoce dal mondo del lavoro dei più anziani; la scarsa partecipazione al mondo del lavoro della componente femminile”.

Sono problemi complessi, che nel libro sono accompagnati da proposte innovatrici in materia di ammortizzatori sociali, incentivi all’occupazione, formazione professionale, organizzazione e rapporti di lavoro, sistemi contrattuali, democrazia economica.

Alleanza nazionale è pronta a fare la sua parte perché il dialogo riparta da questi temi.

Senza preclusioni e senza imposizioni. Avendo ben chiaro che “governare il cambiamento” significa contemporaneamente capacità riformatrice e ricerca della coesione sociale.

Ha scritto Enrico Cisnetto:

“bene fa il governo a rivendicare il diritto dovere di decidere e non si capisce in base a quale principio una componente sociale possa stabilire ciò su cui è legittimo discutere e legiferare. E’ però del tutto evidente che la cifra politica di un esecutivo si misura anche sulla capacità di realizzare il proprio programma con il minimo di conflitto sociale possibile. Le tensioni sociali hanno un prezzo alto e oggi la nostra economia ha bisogno del massimo di spinta per agganciare la ripresa mondiale”.

Alleanza nazionale condivide al cento per cento queste parole.

Siamo certi che tutte le forze di governo siano su questa linea, indicata più volte dallo stesso presidente del Consiglio, ma confidiamo anche nella volontà della maggioranza delle forze sociali di operare per il bene comune.

Il concetto di bene comune ne richiama un altro che dopo un lungo oblio si sta nuovamente affermando nella nostra società.

E’ il concetto di comunità nazionale, di Patria.

“Una società autenticamente democratica – ricorda Tocqueville – non può prescindere da un insieme di valori condivisi che trasformano i cittadini in membri di una nazione”.

Papa Giovanni Paolo II° ha affermato:

“in forza della comunanza di natura, gli uomini sono spinti a sentirsi, quali sono, membri di un'unica grande famiglia. Ma per la concreta storicità di questa stessa natura, essi sono necessariamente legati in modo più intenso a particolari gruppi umani. Innanzitutto la famiglia, poi i vari gruppi di appartenenza, fino all’insieme del rispettivo gruppo etnico culturale che, non a caso, se indicato col nome di nazione evoca il nascere, mentre col termine Patria richiama la terra dei padri, la realtà della stessa famiglia”.

Eppure per decenni la destra politica è stata sola nell’affermazione dei principi dell’identità italiana e del valore della Patria.

Nel nostro lungo dopo-guerra Patria era diventata parola impronunciabile, lontana dal politicamente corretto delle egemonie culturali.

La bandiera, l’inno e tutta la simbologia della nostra storia comune è stata fastidiosamente respinta da chi confondeva il sentimento di identità nazionale con la retorica nazionalista.

Già Mazzini aveva messo in guardia: “confondere la nazione con il nazionalismo è come confondere la religione con la superstizione”.

Per anni l’espressione “L’Italia” è rimasta confinata unicamente nel lessico sportivo.

Il sentimento di un’ autentica e prolungata “morte della Patria”, per usare la felicissima formula di Galli della Loggia ripresa anche da De Felice, ci ha accompagnati per decenni in cui si è messa in discussione finanche la possibilità che gli Italiani fossero una Nazione.

Ciò ha determinato enormi guasti, a partire dalla scomparsa dell’italianità come concetto nei processi educativi e didattici. Volutamente la scuola si è rifiutata di trasferire alle giovani generazioni i valori della nostra storia e i contenuti della nostra identità nazionale.

Questo tentativo di sradicamento dell’identità, l’errore che vi era insito ed i danni che ha prodotto nello sviluppo sociale, economico e morale del Paese sono oggi ampiamente riconosciuti da una vasta pubblicistica e da intellettuali di tutte le latitudini politiche.

Di ciò dobbiamo essere riconoscenti in particolar modo al Presidente Ciampi.

Tuttavia, accanto al mea culpa per la morte della Patria, sarebbe bene se  chi ieri ci offendeva oggi rivalutasse  l’azione della Destra.

Senza di noi forse non sarebbe rimasto integro, negli strati più profondi della società, il sentimento dell’identità nazionale.

Chi ci ha sempre creduto non può non rallegrarsi per la progressiva riscoperta dell’identità nazionale. Essa non può fermarsi tuttavia a suggestivi tratti esteriori.

 Deve trovare compimento nella politica, nella costruzione di una diffusa coscienza nazionale.

Dalla riscoperta dell’inno e della bandiera, densi di carica simbolica, la Destra al governo vuol passare alla diffusione di un sentimento patriottico con lo scopo, come scrive lo storico Massimo Rosati, di “dare forza e spessore al profilo democratico della nostra identità nazionale”.

L’assenza di una forte coscienza nazionale è un errore anche nel contesto internazionale.

L’Italia nel mondo ha una grande forza espressiva. La deve al suo lavoro,al genio della sua fantasia, alla sua cultura, alla capacità dei suoi imprenditori, ai suoi connazionali all’estero.

A questa presenza che si proietta in tutti i continenti non corrisponde lo stesso peso politico, nel senso che l’Italia non ha nel contesto internazionale la stessa influenza che pure è riuscita ad esercitare in altri campi.

Pochi sanno che nella sala della biblioteca del Congresso americano fra i dieci grandi del sapere vi sono Leonardo, Dante e Michelangelo.

Nella famosa V° strada di New York la stragrande maggioranza dei negozi vende prodotti dell’industria italiana.

Il nostro Paese eccelle a livello mondiale nei prodotti agroalimentari di qualità, mangiare all’italiana è sinonimo di salubrità e gusto.

 L’Italia gode di altrettanta meritata fama nel designer, nell’alta tecnologia, nell’arredamento e nella moda.

 L’Italia è il secondo Paese occidentale per il contributo di uomini e mezzi alle varie missioni militari di pace nel mondo.

Insomma, ovunque, gli italiani hanno saputo meritarsi il rispetto.

La politica non ha saputo essere al passo con la capacità che il popolo italiano ha saputo esprimere a tutte le latitudini e nei più disparati segmenti dell’agire umano.

Il nostro governo vuol colmare il divario tra italianità nel mondo e politica italiana nel mondo. In questo ci aiuteranno i milioni di nostri connazionali residenti all’estero.

Donne e uomini che sentono profondo il richiamo delle radici e rappresentano i migliori ambasciatori del lavoro e della cultura italiana.

La Destra ha l’orgoglio di aver contribuito in maniera determinante a rendere questa comunità parte attiva nei destini della propria Patria, reinserendola nel sistema istituzionale attraverso la forma più piena di partecipazione democratica, il diritto di  voto  e di rappresentanza.

Non  è stata solo una doverosa riparazione morale per il dolore di oltre un secolo di emigrazione  che ha fatto sì che oggi vi siano sessanta milioni di oriundi italiani nei cinque continenti.

Il rapporto dell’Italia con i connazionali all’estero è indispensabile anche per il nostro processo di internazionalizzazione economica, per rafforzare il sistema Italia.

Basti pensare che si calcola in 85 miliardi di euro annui l’indotto in favore dell’Italia da parte dei nostri connazionali all’estero.

Gli anni recenti, accanto ad una giusta rivalutazione dell’identità nazionale, sono stati anche gli anni del riconoscimento del valore delle autonomie regionali, delle loro tradizioni e specificità.

Spesso si è pensato che apprezzare i regionalismi e i localismi fosse in opposizione con lo stato nazionale, potesse rappresentare il preludio al ritorno di un’Italia prerisorgimentale, scomposta in tante piccole entità statuali.

Oggi è chiaro che l’unità della Patria è un valore che ben può coniugarsi con la valorizzazione delle autonomie locali.

Il federalismo non è contro l’Italia. Anzi può diventare un valido fattore di arricchimento dell’identità collettiva della nazione.

L’identità della nazione italiana è fatta di unità nelle diversità.

La straordinaria ricchezza del nostro territorio è costituita dalle cento città e dai mille villaggi, tutte con tradizioni importanti e storie significative. Anche a ciò è dovuto il fatto che in Italia vi sia oltre la metà dell’intero patrimonio culturale di tutto il  mondo.

La diversità è sinonimo di complessità, rende doverosa l’adozione di modelli istituzionali che sappiano valorizzare le potenzialità di crescita dei singoli territori, soprattutto in un’epoca storica in cui lo sviluppo passa sempre di più attraverso le comunità locali.

L’unità richiede d’altra parte un centro istituzionale che sappia con autorevolezza coordinare e vivificare di valori e di obiettivi comuni la crescita delle autonomie locali. Ciò per garantire a tutti uguali opportunità e per evitare che la molteplicità determini una crescita anarchica e confusa.

Il nostro secondo congresso deve perciò rilanciare con intensità, rigore intellettuale ed assoluta fermezza politica la grande sfida di Alleanza Nazionale: la definizione di un organico assetto istituzionale che superi l’apparente contraddizione tra un forte senso dello stato e ed un forte sistema delle autonomie.

Il nostro obiettivo rimane la costruzione di un coerente e solidale assetto federale ove il compito di rafforzare l’unità nazionale e di comporre e coordinare le autonomie è assegnato all’architrave del presidenzialismo.

E’ un obbiettivo che vogliamo raggiungere in questa legislatura.

Alleanza nazionale non è diventata federalista per caso, né per convenienza.

La scelta, maturata nel documento congressuale di Verona, avvenne quando l’accordo con la Lega era ancora impensabile. Erano state proprio le tentazioni secessioniste che avevano ritardato la nostra opzione a favore del federalismo, perché in quelle condizioni politiche rischiava di essere l’anticamera della disintegrazione dello Stato italiano.

Poi, quando si è rivelata definitivamente impraticabile qualsiasi ipotesi secessionista e anzi si è imposta nelle aspettative degli italiani, anche grazie alla riforma per l’elezione diretta dei sindaci, la necessità di un ruolo sempre più autorevole dei vertici istituzionali, è stato naturale indicare nel binomio federalismo-presidenzialismo il punto di incontro per l’alleanza che ha dato vita alla Casa delle Libertà.

Alleanza nazionale ha nel suo D.N.A. politico il presidenzialismo. La Destra rivendica con orgoglio di essere stata presidenzialista anche quando questo modello era confinato in ristretti circoli politico culturali guardati con diffidenza e sospetto, accusati di vocazioni plebiscitarie o addirittura autoritarie.

Lo ribadiamo ancora una volta: il capo dell’esecutivo deve essere eletto direttamente dai cittadini. Deve rappresentare anche simbolicamente l’unità nazionale, deve poter governare in un quadro di stabilità.

Del resto, un assetto presidenzialista che rappresenti un forte contrappeso centrale alla molteplicità dei poteri territorialmente diffusi è tipico della gran parte degli stati autenticamente federali.

Il progetto federalista della Casa delle Libertà sottoposto agli elettori ha preso il nome di devoluzione.

Il governo ha già preparato e approvato la riforma. La Destra ha rispettato gli impegni  presi con gli alleati.

Ci attendiamo identica lealtà.

 Siamo ottimisti; perché la devoluzione, che affida alle regioni compiti primari su sanità, scuola e polizia locale, ci ha posto il problema dell’uguaglianza dei diritti civili e sociali di tutti i cittadini italiani, a prescindere dai confini territoriali delle regioni.

Per An non si poteva nemmeno ipotizzare il cosiddetto federalismo catalano, a doppia velocità.

La Lega lo ha compreso e la devoluzione approvata dal governo evita accellerazioni al buio o rallentamenti ingiustificati nell’attribuzione di poteri alle  regioni.

Il federalismo si nutre di solidarietà e di sussidiarietà. La solidarietà è l’orizzonte principale dell’attivazione dei singoli e dei gruppi sociali.

La sussidiarietà sollecita ad avvicinare l’esercizio primario dei poteri ai luoghi dove i soggetti sono chiamati ad esprimerla.

IL federalismo solidale è l’esatto contrario della contrapposizione tra le diverse aree geografiche, potenzia contemporaneamente autonomia e cooperazione, intreccia le responsabilità per sé e per gli altri, senza barriere o privilegi territoriali.

Il principio della solidarietà nazionale è al tempo stesso un limite e il criterio direttivo del federalismo. Ha come fondamento il valore dell’indivisibilità della nazione e ne fa discendere sia il grado di autonomia finanziaria delle regioni, in applicazione del principio di sussidiarietà, sia il grado di riequilibrio finanziario, in nome della solidarietà.

Il sistema di pesi e contrappesi tipico di ogni stato federale dovrà prevedere anche in Italia la definizione di uno status speciale per la capitale. Un ruolo istituzionale rafforzato per svolgere coerentemente le particolari e gravose funzioni assegnate alla capitale stessa.

E’ evidente che il problema di una ridefinizione delle competenze e dei poteri di Roma trova la sua ragione nella riconosciuta,  oggettiva pecularietà ed unicità della capitale.

 Anche su questo aspetto A.N. si attende dagli alleati di governo scelte coraggiose e coerenti.

Con la legge sulla devoluzione già in Parlamento si porrà presto anche il problema della integrazione della Corte Costituzionale con giudici di nomina regionale.

Alleanza nazionale lo ritiene necessario per riequilibrare la composizione della Suprema Corte in ragione del suo ruolo essenziale di garante del dettato costituzionale.

Va infine ricordato che resta aperta la questione relativa alla Camera delle regioni, un organismo necessario per  il raccordo istituzionale tra stato e sistema delle autonomie.

La sua istituzione è strettamente collegata al destino del bicameralismo perfetto, così come oggi è concepito dalla Costituzione.

Crediamo che in questa fase transitoria un ruolo importante possa essere svolto dalla commissione bicamerale per gli affari regionali, dove possono esser presenti anche i rappresentanti delle regioni. Quest’ultimi, intervenendo nel processo legislativo in materia di competenze concorrenti e di finanza regionale, possono creare il primo esperimento di partecipazione delle autonomie al procedimento legislativo dello stato.

Alla luce di tutto ciò è abbastanza evidente che il nuovo titolo quinto della Costituzione voluto dal centrosinistra dovrà essere modificato in alcune sue parti.

Le innovazioni introdotte sono infatti talvolta confuse e contraddittorie e la loro applicazione rischia di produrre numerosi conflitti istituzionali.

Il primo problema è il rapporto tra competenze statali e competenze regionali. Il nuovo articolo 117 ha previsto un lungo elenco di competenze concorrenti entro cui è difficile distinguere ciò che è di competenza dello stato e ciò che  è di competenza delle regioni.

Il rischio incombente è che sia il giudice costituzionale a sostituire il legislatore .

Altro grave problema è costituito dalla inadeguatezza del cosiddetto federalismo fiscale che attualmente può solo portare ad un aumento della pressione fiscale complessiva. Non possiamo permettere che ciò accada.

Di fronte a queste oggettive questioni ed ai tanti altri punti critici della riforma federalista voluta dal centro-sinistra ( che qui non indico per brevità), An è convinta della necessità di fornire una risposta che non sia interlocutoria e parziale.

E’ necessario “riformare la riforma” e armonizzare con la devoluzione quanto previsto dal nuovo capo quinto.

 E’ un compito in  cui le regioni e più vastamente le autonomie locali devono essere associate.

In ragione di tutto ciò A.N. chiede alle forze politiche alleate di convocare nel più breve tempo possibile gli Stati generali della Casa delle Libertà perché dal confronto tra sindaci, presidenti di provincia, governatori delle regioni e governo scaturisca un organico disegno costituzionale su cui avviare il confronto in parlamento.

Qualsiasi modello di stato, sia esso più o meno federale, ha comunque il dovere primario di garantire legalità e sicurezza ai suoi cittadini.

Se è vero, e certamente lo è, che l’identità della Destra politica è anche nel binomio legge e ordine, è necessario avere coscienza che su questi temi dobbiamo assumere, ora che An è al governo, impegni precisi.

Le fonti di preoccupazione in tema di sicurezza del cittadino sono  purtroppo numerose: non diminuisce il peso delle tradizionali organizzazioni di tipo mafioso che aggiornano le loro attività in base alle esigenze del momento. Ad esse si affiancano pericolose associazioni criminali provenienti dall’estero.

Non c’è soltanto la grande delinquenza. Esiste una criminalità da strada disposta anche a usare mezzi efferati pur di conseguire bottini anche magri. Proprio per questo viene avvertita come maggiormente pericolosa nella vita quotidiana.

Inoltre l’11 settembre e il ritorno delle Brigate Rosse hanno fatto comprendere la realtà del pericolo terrorismo, sia di matrice islamica sia di matrice politica interna.

Subito dopo gli attentati americani, il governo ha varato alcune misure legislative volte ad aggiornare gli strumenti normativi per prevenire e reprimere il terrorismo e la predisposizione di basi logistiche.

Lo ha fatto estendendo al terrorismo strumenti di indagini e di contrasto che hanno già dato buona prova contro la delinquenza mafiosa.

I risultati ottenuti hanno confermato la bontà della linea scelta dal governo: presunti terroristi di matrice islamica sono stati arrestati per il fatto stesso dell’appartenenza a organizzazioni terroristiche e della predisposizione di basi di appoggio.

 I controlli alle frontiere hanno impedito ingressi pericolosi. Cellule sospette operanti in Italia sono state e sono particolarmente seguite dai nostri servizi e apparati di sicurezza, di intesa con quelli occidentali.

Tutto ciò è stato ed è realizzato in aggiunta alle normali incombenze, già pesanti, che gravano sulle nostre forze di polizia.

Il ritorno delle BR ha aggiunto emergenza alle emergenze.

La consapevolezza del loro impegno generoso rende A.N. particolarmente grata alle donne e agli uomini in divisa.

Siamo fortemente determinati a far si che la nostra gratitudine per le forze dell’ordine si traduca in concreti interventi del governo, a partire dal miglioramento delle condizioni di lavoro e delle retribuzioni.

Aumentare le risorse finanziarie disponibili è indispensabile, per adeguare il trattamento economico delle forse dell’ordine italiane a quello delle forze di polizia di altre nazioni europee e per dotarle di tutto ciò che è necessario per la piena funzionalità del prezioso servizio che svolgono.

Ciò che già è stato fatto con la finanziaria del 2002 non è ancora sufficiente.

A.N. conosce le difficoltà del bilancio statale ma ribadisce alle forze di maggioranza di considerare la sicurezza del cittadino una priorità politica assoluta.

Con la Destra al governo non potrà accadere che l’aumento delle retribuzioni in occasione dell’imminente rinnovo del contratto di lavoro per gli operatori del comparto sicurezza si riduca a poche decine di migliaia di lire, come accadde con il centro-sinistra.

Purtroppo il rischio c’è.

E’ stato denunciato dalle organizzazioni sindacali del settore e dalle rappresentanze militari di base.

Se sarà necessario una variazione di bilancio per reperire le risorse finanziarie  il governo la dovrà fare. An pone fin d’ora il problema.

Se siamo così risoluti al riguardo è perché lo avvertiamo come preciso dovere morale.

Se vogliamo trovare gli assassini di Biagi e delle tante vittime innocenti della criminalità, se vogliamo garantire la tranquillità dei cittadini ed in specie degli anziani che sono i più indifesi, se vogliamo sconfiggere l’immigrazione clandestina dobbiamo innanzitutto motivare le forze dell’ordine.

Dobbiamo dimostrare loro concretamente che con il nostro governo lo stato è per davvero dalla loro parte.

Come facemmo a Genova, quando tutta l’Italia vide chi erano gli aggrediti e chi gli aggressori e quando non avemmo alcuna esitazione a schierarci dalla parte dei poliziotti e dei carabinieri.

Senza forze dell’ordine motivate non si può vincere la lotta al crimine, non si può attivare una seria politica di prevenzione e  la parola chiave della politica per la sicurezza continua ad essere per noi proprio prevenzione.

Prevenire significa giocare all’attacco, non limitarsi a perseguire i reati commessi.

Prevenire significa controllare il territorio con strumenti adeguati e un coordinamento effettivo delle forze dell’ordine, dislocate in modo flessibile anche in relazione agli indici della delinquenza e della popolazione residente.

Prevenire significa sequestro e confisca dei beni di provenienza illecita.

Prevenire significa stipulare accordi bilaterali e interni all’Unione Europea per contrastare la criminalità nei luoghi da cui parte e per combattere le organizzazioni che hanno base all’estero.

Con gli stati dai quali provengono i più consistenti flussi di immigrati clandestini il governo si sta muovendo con decisione. L’Italia non può continuare ad esportare aiuti e ricevere in cambio illegalità. Giustamente l’esecutivo sta tentando di coinvolgere l’Unione Europea nell’azione di contrasto attivo della criminalità, soprattutto di quella che opera nel mediterraneo e che spesso viene affidata quasi esclusivamente agli sforzi delle nostre forze di polizia.

Quando era all’opposizione An ha sempre mantenuto coerenza tra le posizioni in materia di sicurezza e le posizioni in materia di giustizia.

Intendiamo continuare a farlo ora che siamo al governo.

Non vi è alcuna contraddizione tra il perseguimento della certezza della prova e il perseguimento della certezza della pena.

Certezza della prova significa non accontentarsi di una decisione giudiziaria basata, come avveniva prima dell’approvazione della riforma costituzionale del giusto processo, sulla somma delle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia rese senza sottoporsi al contraddittorio dibattimentale.

Aver contribuito in modo determinante alla riforma e aver condiviso la legge  sulle rogatorie ( che ovviamente non ha fatto uscire di galera un solo criminale) non significa negare che quando una prova correttamente formata fa giungere alla sentenza di condanna la pena che ne segue va applicata con assoluto rigore.

Troppo spesso il momento in cui una sentenza diventa definitiva, anche per gravi reati, coincide con il momento in cui il condannato, che non è più un presunto innocente ma è un sicuro colpevole, vede aprirsi le porte del carcere per la cessazione della custodia cautelare e per la contestuale operatività dei benefici dell’ordinamento penitenziario.

Per questo chiediamo al governo di rivedere in senso restrittivo la legge Gozzini e più in generale il rapporto tra il reato, il suo accertamento e la sua espiazione.

Gli assassini della Uno Bianca, per fare un solo esempio devono rimanere ancora a lungo in prigione, mentre alcuni di loro hanno già chiesto, avendone diritto, di usufruire dei benefici di legge.

Alleanza nazionale ribadisce inoltre la sua ferma opposizione a qualsiasi ipotesi di amnistia e di indulto. Soprattutto se il provvedimento di clemenza viene invocato per ridurre la popolazione carceraria.

Ricordiamoci che il numero dei detenuti negli istituti di pena italiani in rapporto alla popolazione residente è tra i più bassi al mondo.

Ciò non significa negare che vi è un reale problema di vivibilità nelle carceri, determinato da strutture fatiscenti, spazi insufficienti, personale di custodia mal distribuito e mal remunerato.

La certezza della pena non può essere dissociata dal mantenimento di condizioni di vita dignitose nei penitenziari.

Anche per questi problemi occorrerà reperire, nelle prossime finanziarie nel corso della legislatura, le necessarie risorse.

Quando viene commesso un reato non c’è soltanto un reo, c’è anche una vittima.

Anni di perdonismo e di lassismo hanno fatto interessare esclusivamente delle sventure del primo, per qualcuno sempre attribuibili alle colpe della società.

Per Alleanza nazionale è invece prioritario il sostegno dello stato alle vittime della criminalità: ciò significa tutelare e risarcire effettivamente i testimoni di giustizia, intensificare il ristoro delle vittime del raket e dell’usura che continuano ad essere le piaghe nel rapporto patologico tra delinquenza e lavoro, soprattutto nel meridione.

In tema di sicurezza e legalità voglio ricordare anche due importanti iniziative del governo che hanno visto An  fortemente impegnata.

Lontana da ogni suggestione xenofoba, la Destra è convinta che nei confronti degli stranieri che vengono in Italia il problema non riguarda più il” se” dell’immigrazione, superato dal decremento demografico, ma il “come” cioè la corretta ed equilibrata disciplina del fenomeno.

Per questo pochi giorni dopo la nascita del governo, Alleanza nazionale si è resa promotrice, d’intesa con le altre forze politiche della coalizione, di una modifica della legge in vigore che va nella direzione :

del rigore nei confronti dei clandestini,

dell’inasprimento del trattamento nei confronti dei criminali che trafficano in uomini, armi, droga e prostituzione,

dell’integrazione effettiva di chi intende entrare in Italia per svolgersi un lavoro onesto.

Lo stretto collegamento tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro, l’effettiva espulsione dei clandestini, il maggiore rigore verso chi li sfrutta, le procedure più snelle e più serie verso chi chiede asilo e la corsia privilegiata riservata ai nostri oriundi, sono i capisaldi della nuova legge sull’immigrazione.

Essa anticipa molte proposte attualmente in discussione in sede comunitaria.

E’ una legge giusta e al tempo stesso severa. An è ovviamente disponibile a discuterla in modo aperto e a modificarla per renderla migliore.

Ciò che non siamo disponibili ad accettare è che possa essere cambiata a tal punto da renderla inutile.

La Destra al governo ha preso l’iniziativa anche in materia di lotta alla droga e di riscatto dei tossico dipendenti.

Intendiamo capovolgere le prassi amministrative e le scelte politiche fin qui seguite,  improntate alla sostanziale tolleranza verso la diffusione degli stupefacenti e alla scelta del trattamento di mantenimento, più che di recupero dei tossico dipendenti.

L’istituzione presso la Presidenza del Consiglio del Dipartimento per il Coordinamento delle iniziative contro la droga è stato il primo passo per una effettiva collaborazione tra le istituzioni, le strutture di recupero pubbliche e le comunità.

Esso si è accompagnato ad un esame attento di ciò che è stato fatto negli anni scorsi, quando imperava la cosiddetta strategia della riduzione del danno.

Vogliamo far convergere le risorse a disposizione verso obiettivi di reale prevenzione e recupero, non finanziarie a pioggia inutili iniziative dei soliti noti.

Se si pensa che con il precedente governo nella commissione ministeriale contro la droga  era stato inserito perfino il dott. Agnoletto, è chiaro quanto vi sia da fare.

Coordinare le iniziative è indispensabile, ma riteniamo necessarie anche modifiche legislative.

Per Alleanza nazionale vanno ripristinate alcune norme di legge cancellate dal referendum del 1993.

Bisogna riaffermare il giudizio sfavorevole dello stato nei confronti della diffusione di sostanze stupefacenti. Non vogliamo criminalizzare il semplice uso, che comunque non merita alcun apprezzamento.

Vogliamo contrastare lo spaccio anche riprendendo il concetto di dose media giornaliera quale linea di confine tra la detenzione di droga al di sotto di quella soglia, che deve tornare a rappresentare un illecito amministrativo, e la detenzione di droga oltre quella soglia, che deve tornare ad essere un illecito penale.

Non vogliamo arrestare i drogati. Anzi, chi è in carcere deve essere aiutato ad uscire dalla tossicodipendenza con misure cautelari  alternative alla prigione.

Noi vogliamo colpire duramente gli spacciatori.

La lotta alla droga, a ogni tipo di droga, non è solo il tassello di una più generale strategia di contrasto della criminalità.

E’ soprattutto un dovere che lo Stato deve avvertire per tutelare le famiglie e i più giovani.

A tale riguardo il ruolo della scuola è, come evidente a tutti, essenziale.

In altri momenti politici avrei sviluppato l’argomento, perché è incontestabile che la scuola è un grande patrimonio della Nazione, trasmette la sua identità, prepara i suoi cittadini.

Per un partito di destra la scuola è sempre un momento importante nella formazione ed ancor più nella educazione di un popolo.

La riforma Moratti mi esime dal farlo in profondità.

Voglio però mettere in evidenza due aspetti: il ruolo che nella sua elaborazione ha avuto Alleanza nazionale e l’oggettiva importanza che la Riforma della scuola riveste in una seria politica innovatrice e riformista.

Più volte abbiamo sostenuto che la destra politica vuol governare il cambiamento.

E’ opportuno ricordare che riformare non vuol dire soltanto intervenire con nuove leggi nelle dinamiche economiche, sociali, previdenziali o fiscali.

Riformare significa in primo luogo creare le condizioni per rendere possibile nell’immediato futuro un salto di qualità del livello medio della società Italiana. Bisogna valorizzare i meriti e le eccellenze senza condannare i meno capaci alla marginalità sociale.

E’ un grande merito del nostro Governo aver posto tra i suoi primissimi obiettivi la Riforma della scuola e averlo raggiunto in pochi mesi.

Non è un caso che anche sulla Riforma Moratti l’ opposizione abbia annunciato una dura battaglia parlamentare, coinvolgendo insegnanti e studenti.

Dovremo impegnarci a fondo per spiegare le nostre ragioni: altro che scuola per i ricchi o attacco alla scuola statale !

La nostra Riforma si propone di dare una opportunità a tutti i ragazzi, di valorizzarne i talenti.

Le differenze individuali vengano concepite come una ricchezza e non come un ostacolo.

Alleanza nazionale rivendica il ruolo avuto nella definizione dei punti chiave della Riforma.

Il mantenimento dei licei a 5 anni è stato uno dei punti per noi irrinunciabili proprio per non indebolire la preparazione complessiva dei giovani.

L’aver salvaguardato l’attuale struttura dei licei consente di conservare alcuni insegnamenti disciplinari di cui si era ventilata la soppressione e che sono invece essenziali.

Altro punto su cui AN ha fortemente insistito è stato la conservazione della identità della scuola elementare  in 5 anni, rifiutando l’equivoco di una scuola primaria di 8 anni tendenzialmente unitaria che avrebbe richiamato il modello Berlinguer.

Ciò ha reso possibile il rafforzamento della scuola media, modulata per fornire gli strumenti adeguati per proseguire con successo il percorso scolastico.

L’introduzione dell’insegnamento obbligatorio di una seconda lingua comunitaria è un’altra novità voluta da Alleanza nazionale ed è evidente il vantaggio che ne deriverà ai nostri giovani.

Un’altra innovazione che abbiamo sostenuto con forza è l’alternanza scuola-lavoro per le scuole tecniche e professionali.

Il giovane non si limiterà ad occasionali e dispersivi stages, ma l’esperienza lavorativa sarà parte integrante del percorso formativo.

L’introduzione del doppio canale istruzione-formazione professionale offre ai giovani che non proseguono nel percorso scolastico serie prospettive di qualificazione.

Solide basi culturali, e in particolare nozioni di Italiano e storia, saranno comunque richieste anche nel percorso di formazione professionale e sarà in ogni caso prevista la possibilità di passaggio dal sistema della formazione a quello della istruzione.

Il raccordo tra mondo della scuola e mondo del lavoro è essenziale ancor prima della fine del liceo o della università.

È indispensabile soprattutto per dare opportunità ai giovani socialmente più deboli.

Purtroppo sono ancora troppi i ragazzi Italiani che abbandonano gli studi dopo il periodo dell’obbligo o ancor prima.

Dobbiamo impegnarci seriamente perché ciò non accada più.

Il diritto allo studio deve essere garantito a tutti.

Ciò non può tuttavia significare non avvertire la necessità di  preparare professionalmente coloro che vogliono iniziare a lavorare senza frequentare il liceo. Insegnare un mestiere significa aiutare i meno capaci, non certo ghettizzarli.

Sostenere il contrario, come fa la sinistra Italiana, è solo demagogia.

Anche sul versante del reclutamento del personale docente la Riforma comporta importanti novità.

Si prevede un numero programmato negli accessi alla laurea specialistica in relazione alle cattedre da coprire. Si introducono due anni di tirocinio.

Il reclutamento viene reso così più selettivo, scompaiono i mega concorsi, viene introdotta la verifica delle capacità professionali degli insegnanti, scompare per l’avvenire la figura del precario.

La Riforma Moratti è certamente una Riforma coraggiosa e innovatrice.

Anch’essa presuppone risorse finanziarie ingenti.

L’illusione di riforme a costo zero tipica del centro sinistra del resto non ci appartiene.

Il governo dovrà reperirle nel corso della legislatura.

Sappiamo di poterci riuscire perché la ripresa economica è già in atto e l’Italia può davvero decollare.

Un nuovo miracolo economico è possibile. Va costruito giorno per giorno, con il respiro lungo di chi sa di avere d’innanzi a se perlomeno altri 4 anni di Govervo.

I risultati non arrivano mai all’improvviso.

Si costruiscono con tenacia e fiducia in se stessi.

C’è una frase tanto bella quanto conosciuta che fotografa la situazione in cui siamo: “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.

L’albero che cade è la protesta di piazza, l’opposizione urlata, la quotidiana polemica.

La foresta che cresce è il nostro impegno per il cambiamento, la nostra azione di governo.

Credo che a tutti,  in questi mesi,  il peso politico di Alleanza nazionale nella coalizione sia risultato evidente.

Ci siamo fatti sentire. Per l’incisiva azione dei nostri ministri  e sottosegretari (e ognuno di loro riferirà al riguardo al congresso) ma soprattutto per la capacità che abbiamo dimostrato  di porre la nostra cultura politica al centro di molte iniziative del governo.

Questa osservazione torna utile per affrontare e aggiornare la questione della identità della destra Italiana.

Interrogarsi al riguardo è un esercizio doveroso anche per un partito come il nostro al quale si continuano a chiedere, in verità sempre più timidamente, svolte politiche più o meno nette.

Torniamo per un  attimo a Fiuggi all’art. 1 del nostro Statuto.

“Alleanza nazionale è un movimento politico che ha il fine di garantire la spiritualità individuale e le aspirazioni economiche e sociali del popolo Italiano, nel rispetto delle sue tradizioni di civiltà e di unità nazionale, nella coerenza con i valori di libertà personale e di solidarietà generale, nella costante adesione ai principi democratici e alle regole delle istituzioni rappresentative.

Alleanza nazionale si riconosce nella cultura occidentale ed europea e sviluppa il suo impegno politico promuovendo la pacifica convivenza di popoli, stati, etnie, razze e confessioni religiose.”

Sempre a Fiuggi, a proposito del 900, abbiamo scritto:

“di questi 100 anni di fuoco e di speranza, di conquiste sociali e di offese alla dignità umana, di avventure spaziali e di miserie morali ogni Italiano assume nel suo giudizio tutto, senza tralasciare nulla.

Proprio perché l’allucinante tragedia dei gulag e dei lager ha fatto comprendere a tutti i pericoli e gli orrori della dittatura, anche noi siamo sottomessi a quel diritto naturale che al primo posto annovera la tutela e la pratica della libertà come valore, bene prezioso ed irrinunciabile.

Quindi sia forte la condanna esplicita, definitiva e senza appello verso ogni forma di discriminazione, di anti semitismo. Sia bandito ogni pregiudizio che è anticamera dell’intolleranza, terreno di coltura nei secoli del razzismo.”

Sono parole inequivocabili cui sono seguiti in questi anni comportamenti coerenti, senza tentennamenti o ipocrisia.

A Fiuggi non scegliemmo una strada per convenienza.

La scegliemmo per intima convinzione.

Rispetto ad allora non c’è nulla da aggiungere sul piano dei valori e della identità.

Non abbiamo alcuna necessità di ulteriori svolte.

Non c’è alcuna ragione per la quale dovremmo attenuare la nostra identità di moderno partito di destra.

Chi si attende da Bologna conversioni centriste rimarrà deluso.

Intendiamoci. Non abbiamo nulla contro il centro politico.

Lo rispettiamo in particolare per i valori che rappresenta.

Alleanza nazionale ha però ragione di essere perché è altra cosa rispetto al centro.

Alleanza nazionale è la sola forza politica Italiana dichiaratamente di destra, è inserita stabilimente, nel quadro del nostro bipolarismo, nella coalizione di centro destra.

Alleanza nazionale è un partito di destra che attrae consensi anche al centro della società, tra i cosiddetti moderati, in virtù della sua capacità di essere “centrale” rispetto ai grandi temi di interesse politico e sociale.

Per usare una formula giornalistica potremmo dire che dopo il congresso vogliamo essere sempre più   “centrali nell’azione di governo, non centristi”.

Alla destra politica non sono preclusi a priori spazi di crescita.

Non è vero che la destra in quanto tale ha uno spettro di azione limitato.

E’ sbagliato pensare che una forza politica sia credibile come forza di governo solo se si colloca al centro dello schieramento.

Recentemente molti osservatori ci hanno riconosciuto senso istituzionale, equilibrio, capacità di mediazione.

Ne siamo lieti perché è la dimostrazione che abbiamo ragione.

Essere di destra non vuol dire occupare uno spazio politico più o meno ampio ma sempre marginale.

Nella società italiana c’è una quota di elettori di destra assai più ampia del nostro 12% dei voti.

E’ la destra diffusa di cui parla Gennaro Malgieri.

La possiamo e la dobbiamo rappresentare.

Con i nostri valori, nella realistica consapevolezza di quanto scrive Alain de Benoist:

“ogni politica di destra si caratterizza innanzitutto per la sua gradualità.

Implica il perseguimento di obiettivi limitati.

La natura umana vi è presa in considerazione, il che vieta di pensare che tutto sia possibile.

Il futuro non è mai visto come rottura assoluta rispetto al passato.

Il rispetto della diversità umana, con quel che implica in termini di relatività, costituisce una regola generale per ogni politica di destra.”

L’identità di Alleanza nazionale è un identità complessa, che riassume in se grandi filoni della cultura politica italiana ed Europea.

Non è una identità astratta, separata dalle dinamiche reali della società.

Chi come noi ha saputo fare propria la lezione del realismo europeo sa chè “ciò che è in teoria deve essere anche in pratica”.

La nostra identità è dunque dinamica. Si deve mostrare e misurare nella vita politica quotidiana, nell’azione di governo, nel dialogo con le forze sociali, nella capacità di migliorare l’Italia.

La questione del rapporto tra identità e azione politica di un partito si intreccia sempre con la questione della visibilità di una forza politica, della sua identità percepita.

Soprattutto in un epoca in cui la comunicazione politica mediatizzata tende ad accorciare i messaggi, impone ritmi brevi alla dialettica, costringe a considerare lo slogan come la forma espressiva più efficace.

Noi non vogliamo cedere all’impoverimento del linguaggio politico e alla sua riduzione a sound byte, come dicono i politologi americani.

La visibilità, per come la intende Alleanza nazionale, ha un valore prima politico poi comunicativo.

E’ la capacità di portare un chiaro valore aggiunto alla coalizione.

Di far risaltare il proprio ruolo di governo con i risultati ottenuti dalla sua azione.

Di tramutare in fatti i valori in cui crede.

Se per AN la visibilità fosse fare rumore e conquistare spazi giornalistici, immaginate cosa avremmo potuto fare in questi mesi e cosa potremmo fare da questa tribuna.

Per Alleanza nazionale visibilità vuol dire maturità politica, senso istituzionale, capacità di governo.

Ciò chiama in causa il rapporto tra le forze politiche della coalizione e Alleanza nazionale nella duplice veste di partito con una precisa identità e di partner di una alleanza di governo.

Non pensiamo vi siano dubbi sul fatto che la destra italiana, da quando ha scelto di stringere un solido patto politico con Forza Italia, con la Lega e con l’Unione di centro abbia sempre mantenuto fede ai propri “doveri coalizionari”.

In primo luogo nei confronti del leader del centro destra. Con grande lealtà.

Fa parte del nostro DNA comportamentale, è un tratto distintivo dell’essere di destra.

La forza di una coalizione si trova però nella giusta sintesi tra il comun denominatore dell’unità interna e le esigenze degli alleati di mantenere una propria precisa fisionomia.

La società Italiana è variegata, frammentata nella sua composizione sociale, tuttora refrattaria ad un bipartitismo all’americana.

Il partito unico del centro destra non è oggi una prospettiva realistica.

Forse lo sarà domani o dopodomani.

Dipenderà soprattutto dall’evoluzione complessiva del nostro sistema bipolare, ma certo non ha senso agire oggi come se ci fosse già.

Alleanza nazionale lo deve ricordare.

La storia del centrodestra dimostra che la coalizione, per vincere, deve possedere nello stesso tempo un programma comune e la capacità dei singoli partiti di affermare la propria identità e di parlare al proprio elettorato.

Essere alleati non può significare scolorire la propria identità.

Il bipolarismo presuppone spirito di coalizione e contemporaneamente partiti che sappiano mantenere la propria specificità.

Del resto, se si riflette sulle sue dinamiche interne, si nota subito come, superata la depressione della sconfitta, anche nel centro sinistra sia in atto un tentativo di riorganizzazione in questo senso.

L’Ulivo viene evocato sempre di più come coalizione che come soggetto politico unitario.

Se volessimo tornare indietro nel tempo potremmo dire che la vecchia discussione tra chi concepiva il centro sinistra con o senza il trattino si è risolta a favore dei primi.

I nostri avversari si vanno strutturando sempre più come alleanza tra due blocchi.

Una sinistra al plurale e la Margherita.

Due blocchi politici e due identità distinte.

A sinistra, la novità è la ritrovata capacità di stare tutti insieme archiviando incomprensioni profonde.

Al centro, la novità è la trasformazione in partito di quello che era solo il cartello elettorale della Margherita.

Certo le ambiguità sono evidenti e numerose.

Al centro le spinte particolaristiche sono ancora molto forti, come dimostra la resistenza di Mastella a confluire nel nuovo partito e il gran rifiuto di Parisi.

A sinistra è evidente che la gauche plurielle è unita solo quando si tratta di contrapporsi a Berlusconi e al governo.

Eppure siamo convinti che, come dimostra anche lo strappo di Bertinotti rispetto ad alcune suggestioni vetero staliniste, il futuro non riprodurrà lo scenario del 13 maggio.

Ci confronteremo con una coalizione di centro sinistra più ampia.

Non necessariamente più unita, soprattutto per le tensioni latenti tra Ds e Margherita per la supremazia interna.

Non necessariamente più forte, soprattutto per la difficoltà di individuare un leader che non sia solo il coordinatore o il portavoce della coalizione.

Certamente sarà comunque un centro sinistra più ampio.

Anche per queste ragioni non avrebbe davvero senso, nella Casa delle Libertà, annullare o sbiadire le identità dei partiti.

Per noi, come per la Lega, Forza Italia e il Biancofiore.

Il ragionamento sulla situazione Italiana aiuta a definire anche la questione della collocazione di Alleanza nazionale a livello europeo.

A Strasburgo non esiste un bipolarismo di tipo Italiano.

I partiti politici di centro destra appartengono a gruppi differenti che non hanno dato vita ad uno schieramento comune, pur votando in molte circostanze allo stesso modo.

E’ naturale che sia così perché alle elezioni europee si presentano i partiti e non le coalizioni.

Perché le elezioni europee non danno vita ad un governo europeo.

Assicurano la rappresentanza, non la governabilità.

Qualche osservatore ha voluto calcare i toni della polemica circa l’ingresso della Destra Italiana nel PPE, invitandoci a compiere una scelta.

Come se si stesse parlando di un problema vitale e realmente all’ordine del giorno.

Ragionare in questi termini è semplicemente fuorviante.

Perché AN fa già parte di un gruppo parlamentare europeo che comprende partiti di destra come noi al governo nei rispettivi paesi e quindi tutt’altro che scomodi.

Perché le prossime elezioni europee saranno frà più di due anni.

Soprattutto perché dentro il PPE convivono una serie di contraddizioni, tra cui la presenza dei Popolari Italiani, che i suoi stati maggiori devono avere la capacità di risolvere.

Se davvero il PPE è l’unico gruppo alternativo alla socialdemocrazia, perché del PPE fanno parte partiti politici che nei rispettivi paesi sono alleati con i socialdemocratici?

Più che discutere sull’eventuale ingresso nel PPE, Alleanza nazionale e il gruppo dell’Europa delle Nazioni si pongono l’obiettivo di riprodurre su scala europea il modello Italiano di bipolarismo.

Vogliamo rappresentare la destra democratica nel bipolarismo europeo.

Vogliamo scomporre gli attuali blocchi di centro e di sinistra e ricomporli su basi simili a quelle di un bipolarismo fra centrodestra e centrosinistra.

In questo senso la sfida ambiziosa di AN e del gruppo Europa delle Nazioni è di incidere nell’evoluzione della politica continentale, di contribuire al chiarimento delle ambiguità dei popolari europei, di definire alleanze omogenee basate su valori comuni.

Il riferimento ai valori è una costante della destra.

Non se ne capirà mai appieno l’identità se non si ha ben chiaro che, per la destra, la politica non è solo prassi, o buona amministrazione.

L’azione deve in ogni momento essere accompagnata dal rispetto delle idealità, deve essere coerente con la visione d’insieme dell’uomo, della società, della storia tipica della cultura di destra.

Per questo vi sono momenti in cui l’intransigenza sui principi è di gran lunga più importante della prudenza e dell’equilibrio.

La destra sa che non sempre ciò che può essere politicamente utile è anche moralmente giusto.

Lo diciamo alto e forte. Per noi non è giusto sopprimere la vita, nemmeno se è allo stato embrionale.

Non è giusta la manipolazione genetica.

Non è giusta l’eutanasia. Quanto accaduto in Olanda, in Italia non può accadere, con la destra al governo.

Come c’è un’etica della scienza ci deve essere un’etica della politica.

La religione non c’entra.

Crediamo nella laicità dello Stato e rispettiamo la libertà di coscienza, il diritto di ognuno di scegliere.

Eppure non pensiamo che un partito di valori quale è Alleanza nazionale debba compiere la scelta prudente e politicamente defilata di non affrontare temi delicati quali la sacralità della vita o la concezione della famiglia.

Nel passato anche recente abbiamo preso posizione e sono convinto che abbiamo fatto bene a farlo.

Certo sono questioni che non possono impegnare una coalizione, sia essa di maggioranza o di minoranza.

Sono questioni che riguardano la coscienza di ognuno e la coscienza collettiva di una comunità.

Qui sta il punto. Nella sua ferma coerenza rispetto ai valori di riferimento, Alleanza nazionale è una comunità.

Tra di noi, a destra, non c’è solo un vincolo associativo, c’è qualcosa di assai più importante.

Uno degli intelletuali più acuti, più liberi e per questo a volte più critici, della nostra area politico culturale, Marcello Veneziani, ha scritto:

“Timidamente sta riprendendo cittadinanza il senso comunitario della esistenza, della vita. Davanti alle scelte decisive tornano ad opporsi civiltà, religioni, visioni del mondo.

Si scontrano ancora una volta il comunitario, che si sente figlio di una Patria e di una storia e il liberal, per cui la propria Patria è solo il tempo in cui vive”.

Credo che questa dimensione comunitaria della destra sia la ragione più profonda del fascino che Alleanza nazionale esercita sui giovani e sui giovanissimi.

Essere il movimento politico che riscuote il maggior grado di fiducia tra le ragazze e i ragazzi Italiani è un grande motivo di orgoglio.

Dobbiamo dedicare più attenzione ai giovani, anche a coloro che non hanno compreso che l’alternativa alla omologazione culturale, al mondialismo, alla globalizzazione non è a sinistra.

L’alternativa è a destra, nella difesa della identità, delle tradizioni, delle lingue, dei costumi di ogni popolo.

Noi lo sapevamo da tempo, ma proprio per questo è stato oltremodo gratificante leggere lo stupefacente saggio di Oriana Fallaci.

E’ davvero il caso di affermare: chi l’avrebbe mai detto solo pochi anni fa!

Questa considerazione ne introduce un’altra conclusiva, su cui credo che Alleanza nazionale debba impegnarsi a fondo come forza di governo.

E’ la questione della libertà e dell’effettivo pluralismo della cultura e dei mezzi di comunicazione.

E’ un tema che assume un rilievo sempre maggiore anche per effetto della trasformazione delle società post industriali.

La vita degli uomini si orienta verso  maggiori e sempre crescenti consumi culturali e intellettuali.

Ogni settore della vita associata è invaso e tende ad essere condizionato dalla potenza della informazione.

Il mercato punta sempre di più all’industria dell’intrattenimento culturale.

In occidente questa tipologia di spesa occupa già la terza voce nei bilanci familiari.

Nei paesi industrializzati il tempo che gli individui dedicano ai media è diventato secondo solo a quello dedicato al lavoro.

In Italia c’è stato il tentativo  di restringere alle sole televisioni la questione della libertà di accesso ai sistemi di produzione culturale e di informazione.

Una versione riduttiva, alimentata dalla polemica sul conflitto di interessi, che non tiene conto nemmeno di quelli che saranno gli sviluppi tecnologici che imporranno nuovi spazi comunicativi, a cominciare da internet.

Il problema è serio, reale e chiama direttamente in causa la politica.

Perché, come ha detto Ciampi: “non c’è democrazia sana se non c’è pluralismo d’informazione” e- aggiungiamo noi – se non c’è piena libertà d’accesso al mercato culturale.

L’Italia sconta su questo terreno una anomalia storica, nata nel dopoguerra, e in parte persistente ancora oggi. La cosiddetta egemonia culturale della sinistra.

E’ un dato della realtà Italiana riconosciuto ampiamente dalle stesse intellettualità più oneste della sinistra.

Il dopoguerra è stato scandito da una condizione di sostanziale egemonia con la quale la cultura di sinistra si è assicurata il predominio nelle università, nelle case editrici, in buona parte delle redazioni, nel mondo del cinema e dell’arte.

Essere “impegnati a sinistra” è stata per lungo tempo la condizione imprescindibile per l’appartenenza allo stesso ceto intellettuale.

Per decenni interi filoni culturali non solo di destra, ma anche liberali e cattolici sono stati volutamente espulsi da ogni circuito. In alcuni casi censurati o denigrati.

Una assenza di pluralismo che ha pesato e in parte si ripropone ancor oggi.

Per troppo tempo c’è stata una “cultura negata” che deve recuperare il suo legittimo spazio, in un sistema di pluralità di voci e di accesso autenticamente libero a tutti.

Alleanza nazionale deve avere come obiettivo preciso la realizzazione di un sistema culturale e informativo autenticamente pluralista, capace di moltiplicare le offerte culturali, in grado di garantire libertà di espressione a tutti.

A quelli che hanno parlato moltissimo fino adesso come a quanti sono stati costretti al silenzio.

Specie nel settore radiotelevisivo ciò è di evidente importanza, perché radio e Tv sono di gran lunga i principali veicoli informativi.

Per questo abbiamo particolarmente apprezzato le prime dichiarazioni del Presidente della Rai Antonio Baldassarre.

Dopo le faziosità talebane di Zaccaria è tempo di offrire a chi paga il canone un servizio pubblico pluralista e culturalmente onesto. Una società a più voci e con più opzioni culturali è una società più giusta, più ricca, che ha maggiori opportunità di crescere.

Per questo Alleanza nazionale si considera impegnata in tal senso.

E’ un obiettivo in sintonia con tutta la nostra azione politica.

Spero che la mia relazione lo abbia dimostrato:

oggi al governo come ieri all’opposizione, il fine ultimo di Alleanza Nazionale resta l’Italia.

La sua crescita economica, il suo benessere sociale, il suo ruolo internazionale, la sua identità culturale.

Sappiamo di non essere i soli ad avere questa nobile aspirazione.

Pensiamo di essere i più tenaci e i più convinti per poterla realizzare.

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