Più Destra nel governo, più Italia nel partito
1. 11 Settembre 2001: una frattura epocale nel segno dell’identità
L’evento tragico degli attentati dell’11 settembre rappresenta un’autentica "frattura epocale" che segna l’inizio di questo secolo. Quasi tutti i commentatori hanno sottolineato questo dato di fatto, capace di incidere nella vita quotidiana di tutti i popoli dell’Occidente industrializzato, ma quasi nessuno è riuscito a delineare i contenuti effettivi di questa svolta, se non nei termini di una generica insicurezza sociale, di una probabile recessione economica o, ancora, di una nuova svolta militarista nell’Occidente.
In realtà, l’abisso di terrore e di guerra in cui il mondo rischia di precipitare anche dopo la caduta del regime talebano di Kabul, non è nient’altro che la chiara manifestazione dell’insufficienza dei modelli di relazioni internazionali che sono stati costruiti in questi ultimi anni, dopo la fine del comunismo. Un mondo unipolare con un’unica superpotenza militare che funge da "poliziotto internazionale" al di sopra di organismi internazionali in larga parte governati da dinamiche tecnocratiche, si dimostra totalmente insufficiente a garantire una via alla globalizzazione equilibrata e rispettosa dei valori umani e comunitari. Il mondo appare sempre più in bilico tra il determinismo liberista dell’espansione del commercio internazionale e le periodiche irruzioni di potenza con cui gli Stati Uniti cercano di reprimere le deviazioni più o meno folli o più o meno criminali al di fuori di questo determinismo.
Dopo l’11 settembre, di fronte alla distruzione drammatica di uno dei simboli più evidenti della potenza dell’Occidente industrializzato, ogni nazione, ogni popolo viene rimesso a se stesso, viene privato di ogni senso di protezione sicura. Ciò vale soprattutto per le nazioni, come l’Italia, che sono collocate ai confini tra il Nord e il Sud del mondo. A poche centinaia di chilometri dalle nostre coste le ondate di integralismo islamico scuotono le fondamenta dei regimi dei Paesi arabi moderati, il conflitto isreliano-palestinese ci offre quotidianamente l’immagine di massacri reciproci, i Balcani non sono ancora pacificati, mentre nessuno è in grado di valutare quali progetti scellerati si annidano all’interno delle lacerazioni del Nord e del Sud del pianeta.
La partecipazione alla mobilitazione occidentale contro il terrorismo e contro il regime talebano, pur essendo assolutamente necessaria e doverosa, non potrà mai essere concepita come sufficiente per sanare le profonde contraddizioni su cui tenta di incidere il terrorismo, di volta in volta incarnato da figure diverse ed imprevedibili.
Anche se non viene esplicitamente e compiutamente dichiarato, è sempre più chiaro che ogni comunità nazionale si deve assumere un compito specifico e definito nel reggere l’equilibrio mondiale e nel governare precise aree geopolitiche di sviluppo.
Si ripropone, insomma, in termini ancora più urgenti e drammatici, il problema del ruolo internazionale dell’Europa e dell’Italia, ma prima ancora la necessità di evocare identità collettive capaci di sopportare il peso di dure tensioni interne ed esterne. Cos’altro possono significare i crescenti richiami dello stesso Presidente della Repubblica al patriottismo e all’attaccamento al Tricolore, se non un pressante monito alla necessità per tutti gli italiani di riappropriarsi della propria identità nazionale, come punto di ancoraggio e di progettualità nel mare impetuoso della globalizzazione?
La vera frattura epocale avvenuta l’11 settembre è il ritorno della necessità storica delle identità comunitarie, l’insufficienza, non solo morale ma crudemente reale, dei modelli esistenziali individualistici, l’urgenza di un nuovo governo della politica sull’economia. Sono temi che fino a ieri erano agitati soltanto a destra, e in particolare da chi non si è mai rassegnato a concepire la destra in termini di ideologia liberal-liberista.
Oggi, fuori da ogni patriottismo di partito, è necessario ancorare ai valori della destra l’azione di governo del nostro Paese, ma prima ancora attuare una profonda rivoluzione culturale per liberare definitivamente la nostra società dalla perdurante egemonia della cultura radical-progressista. Non si tratta di abbracciare una retorica reazionaria o ultraconservatrice, né di propugnare un improbabile fondamentalismo contrapposto al fondamentalismo islamico, tutte reazioni emotive alla paura dell’altro e dell’ignoto.
La sfida - contemporaneamente esistenziale, culturale, economica e politica - è quella di costruire una via per la modernizzazione e per il governo della globalizzazione che sia in grado di rigenerare le identità come fonte di energia creativa ed espansiva per costruire e difendere nuovi patti di convivenza tra i singoli, le comunità e i popoli.
Questo è il compito politico e culturale di una moderna destra identitaria e sociale: mettere la cultura comunitaria a fondamento della modernizzazione sociale, istituzionale ed economica dell’Italia, e di un progetto di civiltà nel quadro geopolitico del Mediterraneo.
La rigenerazione delle identità nazionali è la premessa per dare fondamento politico e civile all’integrazione europea. L’Europa deve diventare l’ulteriore polo di governo della globalizzazione. Il grande rispetto delle differenze e delle identità che caratterizza la civiltà europea è la condizione culturale per rovesciare le tendenze omologanti della globalizzazione, a patto che il nostro Continente cominci ad assumersi le proprie responsabilità politiche, e anche militari, senza scaricarle costantemente sulle spalle dell’alleato americano.
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