RIFORMA DELL'ARTICOLO 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI:
ALCUNE RIFLESSIONI
Il dibattito suscitato dalla proposta fatta dal ministro del welfare Maroni di riformare l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, quello per intenderci che proibisce il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo nelle aziende con più di 15 dipendenti, ha alimentato in questi ultimi tempi un vivace dibattito tra governo, sindacati e confindustria.
Da una parte, quella confindustriale, si sostiene che l'abolizione di questo articolo garantirebbe una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro consentendo agli imprenditori di poter assumere dipendenti in momenti di forte espansione economica senza avere poi l'obbligo di continuare il rapporto di lavoro anche nei momenti di crisi e di depressione; dall'altra, quella sindacale, si pone l'accento sulla necessità di garantire un'occupazione a chi già la possiede cercando altre vie per combattere la disoccupazione e per consentire lo sviluppo economico. A favore di questa loro tesi i sindacati portano una riflessione di per se molto semplice sostenendo che la somma algebrica tra un'assunzione ed un licenziamento potrebbe al massimo fornire come risultato 0, ma mai +1.
Esaminando queste tesi notiamo come ci siano germi di verità in entrambe le posizioni di per se abbastanza inconciliabili. E' vero, il mercato del lavoro è diventato molto flessibile e con lui anche i lavoratori e le aziende che di questo mercato fanno parte.Ma, in effetti, cosa deve intendersi con il termine flessibilità?
In economie molto meno attente all'impatto sociale che hanno provvedimenti nel campo del lavoro, come quella americana, un lavoratore può cambiare occupazione anche cinque -sei volte nell'arco della sua vita, aiutato in questo da un sistema in cui si compiono forti investimenti nella ricerca e nello sviluppo e da una mentalità molto innovativa che cerca di trovare sempre nuovi spazi di accrescimento. In un contesto come questo un operaio o un impiegato che perda la propria occupazione in un momento congiunturalmente non favorevole, come l'attuale, può ragionevolmente sperare di essere riassunto nell'arco di pochi mesi.
In Italia il discorso diventerebbe più complesso, in quanto è evidente che la nostra economia non ha la capacità di riassorbire in tempi brevi il lavoratore che ha perso la sua occupazione, soprattutto se lo stesso non è più giovane o non si è tenuto aggiornato. Mi sembra dunque che il tentativo di risolvere la crisi occupazionale partendo dalla facilitazione dei licenziamenti assomigli al tentativo di voler curare una malattia mortale con l'aspirina.
In questo dibattito dovrebbe inserirsi il governo facendosi portatore di idee nuove ed in qualche modo "rivoluzionarie". E' infatti oramai giunto il momento di superare antiche contrapposizioni tra padrone e lavoratore capendo che uno dei rimedi per i problemi sociali legati al lavoro è un maggiore coinvolgimento del lavoratore alla vita ed alla conduzione dell'impresa di cui è dipendente. E' la partecipazione, antica ricetta proposta da sempre dalla destra sociale, la svolta che permetterebbe di rendere lavoro e lavoratore partecipi di uno stesso destino ancorando una parte dello stipendio ai risultati ottenuti dall'azienda di cui si è dipendenti. Chiaramente ad una condivisione del rischio di impresa dovrà corrispondere, per i lavoratori, la possibilità di partecipare direttamente alle decisioni assunte dai consigli di amministrazione aziendali tramite organismi all'uopo democraticamente eletti.
Con ciò il lavoratore accetterà volontariamente di sopportare una riduzione del proprio salario nei momenti di crisi, ma potrà contemporaneamente godere dei forti benefici garantiti dai momenti di ripresa e di espansione economica. In questo modo l'occupazione, che ora sembra essere quasi un regalo concesso dall'imprenditore, diventerà un vero diritto-dovere del dipendente che sarà artefice del proprio futuro e delle proprie fortune ed il mercato potrà selezionare quelle aziende e quei lavoratori realmente competitivi che intendono il lavoro come uno strumento tramite il quale poter affermare proprie aspirazioni e speranze non vedendolo semplicemente come metodo con cui sbarcare il lunario.
Mauro Sergnese
Chiudi la finestra
|